AGLIE' - Guido Gozzano, Oh! Mi m’antendô pā vaire!

| Moriva il l 9 agosto 1916, a soli 32 anni, di tubercolosi il poeta Guido Gozzano maggiore esponente della corrente letteraria dei crepuscolari

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AGLIE - Guido Gozzano, Oh! Mi m’antendô pā vaire!
Nell’agosto del 1916 avvenne la Sesta battaglia dell’Isonzo, 6-17 agosto, che porta alla conquista di Gorizia ed è il primo vero successo italiano nella Grande Guerra. E allora mentre tutta l’Italia festeggiava l’importante evento bellico, moriva il l 9 agosto 1916, a soli 32 anni, di tubercolosi il poeta Guido Gozzano maggiore esponente della corrente letteraria dei crepuscolari. Prima di iniziare è necessaria una doverosa premessa, la poesia in Italia nel  primo Novecento italiano si era sviluppata su due grandi linee, quella dei Crepuscolari e quella dei Vociani: i primi devono questo nome a Giuseppe Antonio Borgese che nel 1909 pubblicò una recensione per il quotidiano La Stampa in cui scriveva di “una voce crepuscolare, la voce di una gloriosa poesia che si spegne” riferendosi a quei poeti che attraverso un linguaggio dimesso e tendenzialmente parlato scrivevano poesie sulla vita quotidiana e sull’amore per le piccole cose. I Vociani erano invece quei letterati che si riunivano intorno al quotidiano fiorentino La Voce , tra questi  Camillo Sbarbaro e Dino Campana. Le caratteristiche principali delle poesie crepuscolari sono il verso libero e la pratica del frammento cioè la composizione breve e intensa: il maggior esponente di questa corrente fu senza dubbio il Canavesano Guido Gozzano che mescola nelle sue poesie parole comuni e termini risalenti alla tradizione classica di Dante e Petrarca e propone la letteratura come alternativa al degrado del mondo contemporaneo.

I temi principali delle poesie di Guido Gozzano sono il rimpianto, l’incalzare del tempo e la fuga nel passato. Il titolo “I Colloqui” è anche quello delle due poesie che aprono e chiudono la raccolta in cui il poeta insiste sull’aridità della vita e su una giovinezza che passa troppo in fretta: “Venticinque anni… Son vecchio, sono vecchio!”.  Gli ultimi anni sono scanditi esclusivamente dalla composizione di un poema, Le farfalle, allegoria di un viaggio spirituale in cui c’è il grande tema della metamorfosi da bruco a farfalla, ma restano dell’opera solo pochi frammenti. Se penso a Gozzano i ricordi di scuola sono ridotti a poche citazioni di versi famosi, come quella già citata prima: “ le buone cose di pessimo gusto”, “non amo che le rose che non colsi”, “donna. mistero senza fine bello”, ed ai suoi personaggi più famigliari: Nonna Speranza, la signorina Felicita, Graziella, la Cocotte, all’odiosamata Torino, città  “senza raggio di bellezza”, con i suoi salotti “beoti assai, pettegoli, bigotti”. Gozzano a scuola viene rinchiuso nella corrente, come già sopra detto del crepuscolarismo. Ma rileggendo le sue opere in età matura ritengo Gozzano un grande innovatore, con lui il poeta scende dall’Olimpo dannunziano, e padrone dei ferri del mestiere come poeta, si inventa un’operazione antiretorica usando la poesia come artificioso congegno tradizionalistico per mettere in scena, con tanto di colorite scenografie, la sua passione per ciò che è storicamente superato, nonché la malinconia del personaggio-poeta che è lui stesso. Il poeta parlò di sé come di un uomo dall'”anima corrosa”, a cui “un riso amarissimo torce senza tregua la bocca” ma giocando con  la metrica tradizionale e ne supera i limiti ed introduce nella poesia il dialetto : “Oh! Mi m’antendô pà vaire…”, il colloquiale, il dialogato, l’ironia e l’autoironia.

Rivendica con garbo la sua alterità, compiaciuto di non farsi inghiottire dal pensiero dominante, di correre da solo. Guido Gozzano nato da una famiglia borghese di professionisti. Il padre ingegnere è un po’ incolore, la madre Diodata Mautino, figlia di un senatore amico di D’Azeglio, di cui in casa si conservano cimeli, è invece esuberante, mondana, colta, forte lettrice, poetessa d’occasione. Anima rappresentazioni teatrali per gli amici e trasmette al figlio l’inclinazione alla recita. Guido si atteggerà di volta in volta a esteta, dandy, borghese senza ambizioni, viveur, eccentrico solitario dall’amaro sogghigno, «fanciullo tenero e antico», cultore di scienze naturali. Il suo luogo d’elezione resta la villa canavesana di Agliè, il Meleto, con il suo liberty delicato, il giardino con palme, magnolie, glicini, laghetto, e il frutteto, insomma il tempio di memoria nostalgica e bonaria socialità.  Il giorno del funerale a detta del fratello Renato, due candide farfalle accompagnano al cimitero il loro poeta, volteggiando sulla bara. Non sarà vero, ma è un dettaglio molto gozzaniano, degno delle invenzioni del rispettabile bugiardo. In conclusione nel poeta c’è l’amara consapevolezza di essere figlio di un tempo colto, ma arido e senza miti, incapace di sollevarsi dalla  propria indifferenza non solo verso la speranza ma neppure verso una disperazione virile e combattiva di stampo leopardiano. Concludendo, non ritengo valide dire che Gozzano è stato l’ultimo  degli ottocentisti, l’ultimo romantico o l’ultimo dei classici ʺ.

Egli è, invece, nostro contemporaneo in quanto anticipa inquietudini e crisi proprie dei nostri giorni. Gozzano è attuale perché adesso come allora è in corso un rovesciamento di ruoli e valori in una società sempre più liquida. E contro la violenza  fisica ed  ideologica, il fanatismo integralista, l’egualitarismo livellatore, la divinizzazione della tecnologia, la banalizzazione della morte, l’irrisione dei valori tradizionali, il relativismo del pensiero sempre più debole ed unico solo la letteratura ci può salvare. Solo se l’intelligenza ed il cuore  insieme, esplorano la contraddittoria ricchezza dell’animo umano, affrontano il mistero del male per arrivare a  deporre ogni forma di intolleranza, a ritrovare, anche nel fondo più profondo, il senso antico di ciò che è buono e giusto, o, quanto meno, il gusto della ricerca. L’attualità, in conclusione  del pensiero di Gozzano è quello di reimparare ad avere attenzione, ascoltare l’animo mentre parla per fare tutti insieme crescere la nostra coscienza lasciandoci educare. (Giorgio Cortese)

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