CARNEVALE - Quando a Castellamonte si tiravano le arance... come a Ivrea

| La storia del carnevale di Castellamonte a cura di Luigi Gino Peretto (prima puntata)

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CARNEVALE - Quando a Castellamonte si tiravano le arance... come a Ivrea
Di Luigi Gino Peretto (*)
 
Quello di Castellamonte, posto se pure assai più modestamente accanto ai carnevali ben più famosi, per il loro svolgersi sia in ricchezza che durata, trasse le sue antiche origini da quello spiraglio di libertà che i nobili concedevano al popolo come sfogo, e forse nacque o prosperò, per merito di quelle antiche associazioni medioevali che vi operarono, quali la “Badia dei giovani o dei pazzi" come festa spensierata e licenziosa certo, anche opportuna agli approcci amorosi, nonché  come breve pausa alla giornaliera durezza della vita, rimarcata anche dalla più tardiva “Società del Buonumore“ dell’ottocento, la quale benché scomparsa, lasciava questa dicitura ancora presente su di una porta interna dell’edificio accostato alla scalinata di piazza Vittorio Veneto prima della sua ristrutturazione. Altra traccia ancora la trattoria scomparsa, accostata alla Chiesa di San Rocco titolata appunto “Trattoria del Buonumore”. 
 
Ma era particolarmente la festa del carnevale ad accentuare la disposizione caratteriale e scherzosa dei castellamontesi. Il nostro carnevale, se non dal suo inizio, in seguito fu fissato da noi in tale data, forse motivata dal forte spirito anticlericale del tempo. Fatto non certamente nuovo, se riferito ai nostri avi, sempre pronti e partecipi alle idee rivoluzionarie, se al seguito di quei giorni di festa, decisero di concluderlo in gran pompa il mercoledì delle Ceneri sin dal lontano 1866. Ferma poi restando tale data fra dispute e contrasti, sino ai giorni nostri.  Tale dissenso fu poi superato, in tempi ancora a noi vicini nel 1971, tramite richiesta e ottenuta dispensa da parte ecclesiastica, rimanendo tale data. 
 
Oggi il carnevale trova la sua consistenza nella capacità di attrarre sempre un folto pubblico di ogni età e condizione sociale, il quale assiste ammirato alla sfilata dei carri realizzati in grande con maestria d’arte e fantasia.  Ma un tempo non ancora molto lontano del secondo dopoguerra, il carnevale si richiamava ancora alla partecipazione diretta, spronando la volontà di mettere se stessi in gioco, mediante umoristiche improvvisazioni con satire e sberleffi sin dalla sera precedente, nella quale giravano in maschera allegri buontemponi, fra le vie e osterie per cui valeva il detto : “A carnevale ogni scherzo vale”.
Nei primi anni del secondo dopoguerra la battaglia delle arance fu attivata anche in Castellamonte, ma fu poi giustamente abbandonata, poiché ritenuta da noi non idonea e prerogativa  spettante tradizionalmente alla città di Ivrea. Dai ricordi, tutta la festa era finalizzata allo scopo di creare la più generale ilarità, pur sempre mantenuta nei limiti consentiti, senza mai giungere intenzionalmente ad alcun esagerato atto offensivo sia personale che collettivo, rare perciò le baruffe se non dovute alle non rare solenni sbornie, dovute al sacro nettare.
 
Nei primi decenni del 900 nella sfilata di gala i carri variavano affidandosi più all’inventiva che alla magnificenza, toccando i temi consoni al tempo. Esempio: nel periodo successivo la guerra d’africa fu la volta dei carri di rappresentanza coloniale, con personaggi dalle facce annerite col carbone, avvolti in bianchi teli e tutto quel che ne conseguiva accompagnati dal canto di “faccetta nera”. 
 
Ancora alcuni altri esempi assai distanti fra di loro: negli anni del 1930 un carro realizzato con mezzi poveri ma non privo di spirito: si trattava di un (birocc)  trainato da un cavallo debitamente addobbato, il quale trasportava un asino con dei grossi occhiali vestito da scolaro. Altro esempio di volersi attivamente esporre senza maschera, risale agli anni del 1950 si trattava di una carrozza “Il landò” sulla quale due personaggi adulti e spiritosi, ben conosciuti in paese, vestiti con abiti d’alto rango ma dimessi sia di foggia che d’uso, vicendevolmente sulle loro teste arruffate, si stavano scegliendo i pidocchi con gesti scimmieschi, dimostrando di assaporare tali leccornie. Nell’edizione del 1953 i goliardici studenti castellamontesi, con debito proclama, nominarono a loro capo fregiandolo col titolo di “Gran Balì” il nostro concittadino Ettore Serena al tempo giovane trentenne. Persona dotata di nota intelligenza e particolare spirito umoristico, il quale debitamente addobbato di consoni paramenti, cavalcando un asino, procedeva circondato dai suoi goliardici compagni, dispensando a destra e a manca le sue benedizioni, col disappunto poi duramente espresso, dal locale arciprete don Mario Coda, poi effigiato a sua volta nella caricatura del “Re Pignatun“ nel 1956.
 
*Luigi (Gino) Peretto, nato a Castellamonte ben 85 anni fa, sin dalla giovane età ha iniziato la sua attività lavorativa come panettiere e tutto il suo tempo libero, per ben più di 50 anni, lo ha dedicato alla sua Castellamonte. Di ricordi ne ha tanti: è stato anima della Pro Loco, ceramista, vicepresidente della Società Filarmonica, membro del Coro Alpino "La Vetta", segretario del "Cine-Foto Club" e fondatore del Rione Castello dello storico Carnevale di Castellamonte.
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