FELETTO - Addio al mitico cercatore d'oro Giovanni Vautero

| Il ricordo lo affidiamo all'articolo che il collega e amico Alessandro Ballesio pubblicò su La Stampa qualche tempo fa

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FELETTO - Addio al mitico cercatore doro Giovanni Vautero
Feletto e il Canavese sono in lutto: ieri sera è morto Giovanni Vautero, 88 anni, storico cercatore d'oro, vincitore di vere e proprie competizioni internazionali, ex assessore del paese e, soprattutto, grande promotore dell'associazione «La via dell’acqua d’oro», un gruppo nato per trasmettere ai giovani la passione dell’antico cercatore. Sua l'idea del museo di Feletto dedicato a questo antico «mestiere», fatto da gente che, un tempo, proprio nell'Orco a Feletto, passavano giorni a setacciare l'acqua in cerca di pepite e pagliuzze. Giovanni Vautero si è sentito male venerdì, è stato soccorso e portato in ospedale dove si è spento ieri sera. In settimana si svolgeranno i funerali. 
 
Il ricordo di una persona così particolare e, al tempo stessa, emblema di un Canavese che non c'è più, lo affidiamo volentieri all'articolo che il collega e amico Alessandro Ballesio ha pubblicato nel maggio del 2005 sulle pagine del quotidiano La Stampa, quando Vautero stava lavorando per dare vita all'ecomuseo dedicato ai cercatori d'oro. Non c'è modo migliore per ricordare il «papà» di tutti i cercatori d'oro del Canavese.
 
«Quando sente il richiamo del torrente in piena, allora è il momento di iniziare la caccia. “E non è il rumore dell’acqua, ma quello delle pietre che rotolano impazzite. Sotto, statene pur certi, c’è l’oro”. Ancora oggi Giovanni Vautero non ci pensa due volte: indossa gli stivali e scende sul greto dell’Orco. E’ un cercatore di pagliuzze minuscole e preziose, una misteriosa polvere di stelle finita chissà come in balia della corrente. L’ultimo dei cercatori d’oro di Feletto, una generazione di pescatori delle meraviglie, a metà tra Indiana Jones e Huckleberry Finn. Il suo Eldorado è in una striscia di pochi chilometri, queste acque i nonni dei nonni le avevano ribattezzate “L’Eva d’or”, ed è così che ancora oggi, in Canavese, tutti chiamano l’Orco. Come se fosse una storia d’amore che dura da una vita, Giovanni l’altro giorno ha festeggiato i settant’anni di nozze con il torrente. 
 
Ha voluto con sé i bambini delle scuole del paese, “quelli che hanno sei anni o poco più, l’età in cui ho iniziato io”. Ci ha messo tutta la pazienza del mondo per insegnare come si fa a trovare, in mezzo ai sassi, un po’ di quei luccicanti tesori. “Ma non è che si impara in quattro e quattr’otto. Ci vuole occhio, eccome, e poi non basta ancora”. Bisogna essere veri ricercatori, proprio come Giovanni. Che ha racconti e segreti da non svelare a nessuno, che conserva nei gesti e nelle fotografie sbiadite dal tempo l’essenza e la magia di un mestiere che non c’è più. “Ho imparato da mio padre e lui dal suo. Era il 1928: ho trovato una pagliuzza e da lì non mi sono più fermato”. 
 
Era il tempo delle carovane che arrivavano dalla città fino all’albergo del paese per comprare l’oro del torrente da decine e decine di ricercatori, “quasi uno per famiglia”. Ancora oggi raccontano dell’Orco come di una miniera da fiaba, la leggenda e la realtà si fondono nelle parole di Giovanni: “Un mistero della natura”, dice lui a bassa voce. “Nessuno ha mai capito davvero da dove arrivi l’oro che da sempre si deposita sulle sponde più frastagliate. Arriva la corrente e trascina via le pagliuzze. Poi sta a me trovarle”, spiega lui. Una cosa è certa: “Non arriva dalle montagne, è soltanto una credenza popolare. E nemmeno è custodito nella sabbia”. 
 
Ma non fategli dire di più: ne andrebbe del suo patto d’amore che tanti anni fa ha stretto con il torrente. Quello che gli permette di sapere, prima di tutti, dove gettare l’occhio. “Dico soltanto questo: quando dopo una piena le pietre vengono a galla, è lì che bisogna andare”. E allora eccolo, ancora una volta, Giovanni con la sua “batea”, una specie di vassoio di legno con il quale setaccia l’acqua, con il “ponticello” che fa scivolare via i detriti e lascia spazio alla meraviglia di quei pochi millimetri di tesoro. “Non è che mi sono arricchito, in settant’anni, il pezzo migliore è grande quanto un’unghia”. Giovanni che ha conosciuto quasi tutti i fiumi d’Europa (“ma nessuno è come l’Orco”) e che da anni si batte per un torrente più pulito, parla di quanto siano cambiati i tempi: “Il tracciato ormai tira dritto, le serpentine quasi non esistono più. E poi con tutti quei lavori hanno portato via troppo materiale dal greto”. Il suo lavoro è in una mostra itinerante, “ma il mio sogno – dice - è quello di un vero ecomuseo che racconti la storia dei ricercatori d’oro di Feletto"».  
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