Damnatio Memoriae

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Damnatio Memoriae
1204: i crociati appena conquistata Costantinopoli entrano a cavallo nella Chiesa di Santa Sofia, la San Pietro  ortodossa, e mettono una prostituta a ballare sull’altare. Con un così forte gesto simbolico i cattolici affermano la loro presunta superiorità sulla Chiesa d’Oriente, segnando l’ultimo stadio verso il Grande Scisma.
 
10 Maggio 1933: la prima Bücherverbrennungen. Gli studenti universitari tedeschi organizzano un’enorme rogo in cui vengono distrutti tra le fiamme oltre 25000 volumi considerati contrari allo “spirito tedesco”. 
 
Pochi giorni fa, vicino a Foligno, alcuni ignoti hanno rubato una targa posta a ricordo di ventiquattro partigiani deportati per sostituirla con una enorme svastica.
 
Questi tre fatti, apparentemente lontani, hanno in realtà una connessione molto forte. La profanazione, la distruzione e la successiva cancellazione della memoria sono solo momenti diversi di un unico processo. Chiarisco subito: uso il termine profanazione non solo nel senso stretto, cioè riguardo a oggetti o edifici religiosi, ma anche in senso lato, riguardo a un atteggiamento di totale ripulsione, di condanna, di umiliazione e di derisione di identità culturali o sociali. Fin dall’antichità, quando una città veniva conquistata, per prima cosa gli invasori si occupavano di rimuovere le immagini “sensibili”. I templi venivano spogliati degli oggetti di culto fino a lasciarne un guscio vuoto e neutro o, se ciò non era possibile ad esempio perché le immagini sacre facevano parte della struttura portante, venivano abbattuti. 
 
Ciò che ne rimaneva però non andava perso: i metalli venivano riforgiati, le pietre rimodellate e gli arredi ripuliti dai simboli sacri diventavano oggetti d’uso comune. La mancanza di materie prime, che obbligava a riutilizzare tutto il riutilizzabile, e la necessità di incorporare velocemente i vinti rendevano il processo di cancellazione della memoria più facile e naturale. Nel giro di poche generazioni il ricordo degli antichi riti rimaneva solo più sotto forma di usanze e tradizioni provenienti da un indistinto passato.
 
I video di uomini vestiti di nero che distruggono a martellate statue che hanno resistito a tremila anni di storia e i racconti di colonne di bulldozer che attraversano il deserto per distruggere l’altrettanto antica Nimrud sono terrificanti e anacronistici. 
Pensavamo che ormai l’unica iconoclastia rimasta fosse quella politica: le immagini delle statue di Lenin e di Saddam che vengono abbattute sono nella mente di tutti. L’Isis invece, ancora una volta, ci riporta indietro di secoli.  La sola colpa delle opere è quella di andare contro l’Islam rappresentando animali con teste d’uomo. Le povere statue però, risalgono a tredici secoli prima della nascita di Maometto ed è quindi difficile immaginare che l’affronto fatto dai loro costruttori alla Divinità fosse volontario. Si può ancora capire, ma naturalmente non condividere, la Fatwa lanciata da Khomeyni contro Salman Rushdie, l’autore indiano dei “Versetti Satanici”, che ha scritto la sua opera consapevole dei rischi che stava correndo. Ma distruggere delle statue per una colpa che i loro autori non potevano conoscere perché non era ancora stata inventata ha dei notevoli problemi di logica.
 
La distruzione di questi resti archeologici nasconde però un importante retroscena: il mercato nero di opere d’arte. L’Isis costa tre milioni di dollari al giorno solo in “stipendi” corrisposti ai combattenti, senza contare armi, munizioni e veicoli. 
Al mondo ci sono però spregiudicati collezionisti facoltosi pronti a pagare oro per inestimabili pezzi di storia dell’umanità, anche ben sapendo che i loro soldi si trasformeranno in piombo nelle mani di estremisti impegnati in una guerra santa e quindi in morte. La distruzione, anche quella più ideologica, non è mai scevra dalla ricerca di profitto.
 
Profanazione e distruzione sono state ormai irrimediabilmente perpetrate, ma la cancellazione della memoria al giorno d’oggi non è più così facile. Ci vorrà solo più tempo, vista la quantità di documentazione che abbiamo su questi fatti, ma lentamente il ricordo si annebbierà e Nimrud sparirà tra le nebbie della storia, martire della furia jihadista. Tra qualche anno, se l’Isis verrà distrutto, verranno poste delle targhe per ricordare i luoghi simbolo della lotta contro il Califfato e i sacrifici di coloro che l’hanno combattuto. In un futuro prossimo, ma non molto lontano, su un qualche giornale di quella zona si troverà la notizia di una di queste targhe rimossa e sostituita da una bandiera nera con un grosso cerchio bianco in mezzo.
 
Il mondo cambia, la storia si ripete.
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di Pietro Franchitti
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Fornese, annata ’92. Recentemente laureato in una laurea triennale in Storia, sta continuando gli studi per la specialistica. Ha una particolare passione per la politica e il cinema. Si sta avvicinando al mondo del giornalismo, magari per farlo diventare in futuro la sua professione. Legge molto ma non perché è interessato alle storie: lo fa per vedere come, e cosa, scrivono i grandi autori, infatti la percentuale di libri che non finisce di leggere è altissima. Totalmente disinteressato a qualsiasi tipo di sport, sia visto che praticato, è un forte sostenitore della vita sedentaria e delle poltrone con lo schienale reclinabile.
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