Mattarella e Montesquieu

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Mattarella e Montesquieu
Negli ultimi giorni diversi giornalisti hanno girato per le grandi città italiane chiedendo ai passanti se avrebbero votato per l’elezione del Presidente della Repubblica. Molti hanno risposto, com’era facile aspettarsi, con un grande classico italiano: “No, tanto son tutti uguali”. Ma a stupirmi realmente sono stati quelli che hanno invece affermato, con malcelato orgoglio patriottico, la propria partecipazione alle votazioni.
 
Nel nostro paese il Presidente della Repubblica non si elegge per elezione diretta, questo è bene specificarlo, e il fatto che parte della popolazione non lo sappia dovrebbe già di per sé far riflettere, ma nei talk show e sulle colonne dei giornali molti opinionisti hanno discusso a lungo se fosse il caso di cambiare la legge in modo da dare a tutti i cittadini diritto di voto.
 
Questo è solo l’ultimo capitolo di una disputa, quella tra democrazia diretta e rappresentativa, che risale addirittura all’Illuminismo.
 
Montesquieu, nello Spirito delle Leggi, sosteneva che il miglior governo, il più democratico in senso stretto, fosse la democrazia diretta: una repubblica in cui tutti i cittadini, riuniti in assemblea come in un’antica polis greca, potessero discutere e votare su TUTTE le decisioni riguardanti la nazione.
 
Anche se sicuramente molto attraente un simile governo non è in realtà applicabile, in quanto parte da due presupposti tutt’altro che scontati: che tutti i cittadini siano interessati alla politica e soprattutto che possano passare l’intera giornata, ogni giorno, riuniti in assemblea. Questo modello già faticava a funzionare nelle cittadine greche da di tre­quattromila abitanti, figuriamoci nella Parigi di metà Settecento abitata da circa 600000 persone a cui Montesquieu pensava di applicarlo. Al giorno d’oggi Milano ha più del doppio degli abitanti.
 
Certamente il ventunesimo secolo ha da offrire una novità che potrebbe cambiare realmente le cose: Internet. L’assemblea diventa virtuale superando così il problema del riunirsi fisicamente per tutte le votazioni. Questa è una soluzione però solo apparente. L’Italia è un paese strano, in cui si litiga molto di politica, ma senza andare quasi mai più nel dettaglio: si attaccano i partiti e i politici non le idee. Anche con un’ “assemblea virtuale” il sostanziale disinteresse dell’italiano medio vanificherebbe il sistema, lasciando il voto a una limitata oligarchia. Inoltre molti nostri connazionali sono già piuttosto anziani e spesso quasi digiuni nell’uso del computer: rendendo la Rete una moderna Agorà molti di loro rimarrebbero tagliati fuori, perdendo sostanzialmente il diritto di partecipazione alla vita politica.
 
Come potrebbe poi un qualsiasi italiano normalmente impiegato prendere parte a decine di votazioni ogni giorno? Alcune leggi arrivano ad avere migliaia di emendamenti da votare uno a uno.
 
Questo è il motivo per cui a mio avviso la democrazia diretta non è, e non può essere, una valida alternativa alla democrazia rappresentativa.
 
Anche la democrazia rappresentativa ha però i suoi problemi. Molto spesso si sentono persone, schifate dalla corruzione e dalla bassa statura morale di alcuni politici, affermare che l’unica soluzione è “mettere una bomba sotto il Parlamento”.
 
Si può considerare la Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti il punto iniziale del lungo processo che passando poi attraverso la Rivoluzione Francese ha portato alla diffusione della politica illuminista in buona parte del mondo. Jefferson, il suo principale compilatore scrisse: “...per garantire questi diritti sono istituiti tra gli uomini governi che derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati; che ogni qualvolta una qualsiasi forma di governo tende a negare questi fini, il popolo ha diritto di mutarla o abolirla e di istituire un nuovo governo” creando così quello che viene chiamato Diritto alla Rivoluzione.
 
Agli illuministi, appena usciti dal terribile giogo delle monarchie totalitarie settecentesche, questo sembrava un diritto fondamentale e basilare tanto che venne anche inserito nella prima Costituzione post­rivoluzionaria francese. Diritto che ne venne però eliminato già alla terza edizione, visto che rappresentava una continua minaccia alla possibilità di governo, trasformandosi in un diritto alla “rivoluzione continua”.
 
Qualsiasi sia l’orientamento del governo, chiunque siano i governanti ci sarà sempre qualcuno scontento, qualcuno in disaccordo. Un plebiscito è impossibile.
 
Il diritto alla Rivoluzione si basava erroneamente sul presupposto che i cittadini fossero interessati solo al buon governo e soprattutto al Bene Comune, e non mossi da interessi di parte e di ideologie.
 
Se avessimo la possibilità di “licenziare” ogni nostro rappresentante nel governo al primo provvedimento, o addirittura alla prima dichiarazione con cui non concordiamo, la totalità dei nostri rappresentanti eletti sarebbe bloccata in un totale immobilismo, terrorizzata dalla spada di Damocle del giudizio popolare. Piuttosto che rischiare di sacrificare i traguardi raggiunti in una vita di lavoro nessuno promuoverebbe mai quei provvedimenti tristi ma necessari che servono a mandare avanti un qualsiasi Paese.
 
Questi sono i motivi che mi spingono a affermare che il sistema rappresentativo, in Italia, è l’unico sistema possibile e che il “diritto alla rivoluzione”, benché idealmente più che giusto, non può esistere perché rappresenterebbe la morte della democrazia stessa.
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di Pietro Franchitti
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Fornese, annata ’92. Recentemente laureato in una laurea triennale in Storia, sta continuando gli studi per la specialistica. Ha una particolare passione per la politica e il cinema. Si sta avvicinando al mondo del giornalismo, magari per farlo diventare in futuro la sua professione. Legge molto ma non perché è interessato alle storie: lo fa per vedere come, e cosa, scrivono i grandi autori, infatti la percentuale di libri che non finisce di leggere è altissima. Totalmente disinteressato a qualsiasi tipo di sport, sia visto che praticato, è un forte sostenitore della vita sedentaria e delle poltrone con lo schienale reclinabile.
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