Muri e puri

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Muri e puri
C’è un sottile filo che collega la Roma degli ultimi secoli dell’impero, gli Stati Uniti di inizio ‘900 e l’Europa odierna: il problema dell’integrazione degli altri. Fin dalle elementari ci viene insegnato che il punto di forza di Roma fu la sua capacità di assimilare i popoli conquistati facendoli diventare parte dell’impero anziché semplici territori occupati. Ci vengono però anche raccontate moltissime storie sullo scontro tra i ferali barbari e i raffinati romani. 
 
Ci vengono presentati come popoli agli antipodi; come bianco e nero, luce e tenebre. Arriviamo così a immaginare che addirittura Roma avesse i suoi estranei, esseri umani così diversi da rendere impossibile qualsiasi tipo di integrazione. Tutto questo è vero fino a un certo punto. Anche se molti popoli barbari preferirono la guerra alla sottomissione altrettanti accettarono di buon grado di diventare parte dell’impero. Nell’ultimo periodo prima della caduta erano barbari e non romani a versare il sangue per proteggere i confini.
 
Sia nell’Impero Romano d’Occidente che in quello d’Oriente erano stati concessi territori a popoli nordici i quali, in cambio, erano diventati il cuscinetto che divideva il caos e l’ordine, l’anarchia e la civiltà. Questo sistema resistette per un certo periodo ma alla fine crollò e i barbari (quelli “cattivi”) invasero l’Italia mettendo fine all’Impero d’Occidente. Una cosa che i nostri studi non ci chiariscono mai completamente è che l’OCCIDENTE, la nostra cara civiltà occidentale, è nata proprio in questi secoli. Furono sovrani come Teodorico e Carlo Martello, stranieri a tutti gli effetti, e non i greci dell’impero d’Oriente (che si facevano chiamare romani), a portare avanti la cultura e la missione di Roma (naturalmente arricchita dal contatto con queste nuove culture) attraverso i cosiddetti Secoli Bui (che poi tanto bui, in realtà, non furono).
 
1924: negli Stati Uniti diventa legge l’Immigration Act che stabilisce che ogni anno può entrare nel paese una quantità di nuovi immagrati pari 2% di quelli già residenti. In quel periodo l’America stava attraversando una forte recessione che l’avrebbe portata al definitivo tracollo con il crollo di Wall Street del ’29. Fu un’idea che è ancora piuttosto viva nella propaganda xenofoba odierna a portare alla promulgazione di questa legge: “gli immigrati ci rubano il lavoro”. Allora come oggi questo slogan aveva ben poco di vero: la maggior parte degli immigrati si occupava dei lavori ritenuti troppo faticosi, o degradanti, dagli autoctoni.
 
La satira aveva ironizzato in maniera feroce sui senatori, figli di seconda o terza generazione di stranieri che, mentre i veri autoctoni americani morivano di fame nelle riserve, combattevano con tutte le forze per tenere fuori dal “loro” paese persone nella stessa situazione dei loro antenati. Fu la guerra a dimostrare all’upper class che nel momento del bisogno neri e immigrati erano pronti a sacrificare la vita per un paese che a malapena li accettava.
 
Si arriva così all’Europa odierna, assalita da enormi quantità di migranti che rischiano, e spesso e volentieri perdono, la vita per attraversare il mare. Per un periodo, negli anni ’90 e nei primi 2000, abbiamo fatto entrare, non senza lamentarci, gruppi di persone che si occupassero di tutti quei lavori “inadatti” ai primomondisti che siamo. Poi è arrivata la crisi e ci siamo resi conto di non poter essere particolarmente schizzinosi in quanto a occupazione: da quel momento la litania “ci rubano il lavoro” ha cominciato a sentirsi ancora più spesso. 
 
I numeri degli ultimi anni sono però effettivamente preoccupanti. Sono ancora più preoccupanti i muri che si stanno alzando in tutta l’Europa dell’est.  Il caso più lampante è quello dell’Ungheria dove i conservatori stanno costruendo un muro che quando sarà completo sarà lungo circa 175 chilometri e alto 4 metri. Ma non sono da meno la Macedonia e la Serbia che hanno provveduto a sigillare i confini con filo spinato e truppe armate per impedire ai migranti sbarcati in Grecia di attraversare i loro territori. E’ particolare come la memoria sia veloce a cancellarsi: sono passati appena 25 anni da quando il muro più famoso del mondo è stato abbattuto tra i festeggiamenti del mondo libero.
 
Ma se in passato era stata la guerra a favorire l’integrazione, al giorno d’oggi, difficilmente, potrà essere quella la soluzione. 
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di Pietro Franchitti
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Fornese, annata ’92. Recentemente laureato in una laurea triennale in Storia, sta continuando gli studi per la specialistica. Ha una particolare passione per la politica e il cinema. Si sta avvicinando al mondo del giornalismo, magari per farlo diventare in futuro la sua professione. Legge molto ma non perché è interessato alle storie: lo fa per vedere come, e cosa, scrivono i grandi autori, infatti la percentuale di libri che non finisce di leggere è altissima. Totalmente disinteressato a qualsiasi tipo di sport, sia visto che praticato, è un forte sostenitore della vita sedentaria e delle poltrone con lo schienale reclinabile.
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