“Quando avevo diciassette anni sono entrato nella foresta…”

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“Quando avevo diciassette anni sono entrato nella foresta…”
“… quando ne sono uscito ne avevo ventuno e, Dio Mio, ero ricco”: questa è la battuta principale di Ben, fratello del protagonista di Morte di un Commesso Viaggiatore. 
E’ questo il Sogno Americano. E’ raggiungere la fortuna, sociale e economica, in un mondo nuovo e dalle infinite possibilità. E’ il mito del self-made man che per decenni ha portato persone da tutto il mondo a abbandonare tutto per andare negli Stati uniti a cercare fortuna.
 
L’America però oltre a essere tutto questo, è anche il paese che ha reso illegale la segregazione razziale solo negli anni ’60 e che ha obbligato decine di tribù indiane a abbandonare i loro territori ancestrali per spostarsi in squallide riserve. Che ne è del sogno americano nel 2015, all’epoca del mondo globale, di internet e dei voli di linea? Ci sono soprattutto due tipi di persone che si trasferiscono negli Stati Uniti al giorno d’oggi. Una parte è composta dai primomondisti: coloro che vivono già un sogno americano diffuso, per cui spostarsi nel mondo non è più un problema. Possono lavorare ugualmente in Italia, Germania, Argentina, Inghilterra o USA. Per queste persone l’America è più un capriccio che altro: un Sogno hollywoodiano fatto di storie romantiche sotto i lampioni della Grande Mela e cene da asporto in salotto interraziale. 
Dall’altra parte della barricata ci sono coloro per i quali, invece, l’America è ancora il “paese in cui perfino le rotaie sono d’oro”. 
 
Queste persone sono tutti gli immigrati illegali, soprattutto dal centro e sud america, che rischiano la vita pur di riuscire a entrare nel paese. I WASP (White Anglo-Saxon Protestant) ormai sono una minoranza nel paese: è una realtà che il governo deve affrontare. Il razzismo è ancora diffuso, soprattutto verso gli illegali, ma anche la posizione dei neri è ancora effettivamente difficile. Obama, che durante la sua campagna elettorale per il primo mandato, aveva tenuto il discorso Reclamando il sogno americano sembrava dover essere il punto di svolta in questo senso.
 
Le aspettative sono rimaste deluse e molti neri americani sentono ancora molto più vicino il discorso con cui Frederick Douglas, nel 1842 (in un momento in cui la schiavitù era ancora legale in molti stati), denunciava la totale estraneità delle persone di colore tanto dal sogno americano quanto dalla vera e propria uguaglianza. Il Sogno, quindi, per il momento ha solo cambiato destinatari. Una decina di anni fa, provocatoriamente ma non troppo, Ferlinghetti proponeva di costruire una nuova Statua della Libertà, una nuova “Madre degli Esuli” che accolga nel loro nuovo luminoso futuro tutti i nuovi immigrati.
Probabilmente è proprio questa la migliore soluzione.
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di Pietro Franchitti
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Fornese, annata ’92. Recentemente laureato in una laurea triennale in Storia, sta continuando gli studi per la specialistica. Ha una particolare passione per la politica e il cinema. Si sta avvicinando al mondo del giornalismo, magari per farlo diventare in futuro la sua professione. Legge molto ma non perché è interessato alle storie: lo fa per vedere come, e cosa, scrivono i grandi autori, infatti la percentuale di libri che non finisce di leggere è altissima. Totalmente disinteressato a qualsiasi tipo di sport, sia visto che praticato, è un forte sostenitore della vita sedentaria e delle poltrone con lo schienale reclinabile.
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