I Brics. Mattoni per una nuova economia globale?

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I Brics. Mattoni per una nuova economia globale?
Partiamo dalle basi: con l’acronimo BRICS (in inglese “mattoni”) si indica una nuova unione geo-economica formata da Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa. Il nome, ricavato dalle iniziali dei singoli Paesi, venne coniato nel 2001 dall’analista inglese Jim O’Neill, secondo il quale questi sarebbero stati i nuovi Paesi leader dell’economia mondiale. Per completezza, diciamo che inizialmente di parlò solamente di BRIC, poiché il Sud Africa venne aggregato in un secondo tempo. Ma a cosa si doveva la fiducia di O’Neill nei BRICS? In cosa si ravvisava la forza economica e, di riflesso, politica, dei Paesi interessati? Lasciamo parlare i numeri: i BRICS comprendono più del 42% della popolazione mondiale. Ricoprono il 25% delle terre emerse. Sono mediamente produttori di circa il 20% del PIL mondiale. Numeri sicuramente “di peso” in questa realtà internazionale ove il potere economico equivale a considerazione politica.
 
Ma le aspettative del 2001 si stanno realizzando? 
L’andamento dei paesi BRICS, nel corso di questi 15 anni, è stato sicuramente interessante. Innanzitutto gli Stati interessati sono riusciti a creare una relazione stabile d’incontri. Dai primi, svolti a margine delle assemblee generali dell’ONU, si è passati a una calendarizzazione stabile, dedicata alle sole tematiche BRICS. L’ultimo si è svolto a ottobre 2016 a Goa, in India, dove è stato peraltro redatto un documento comune, onde concordare ambizioni e relazioni tra i membri. 
I BRICS, inoltre, hanno saputo far sentire il proprio peso comunitario anche in ambito internazionale. Il primo esempio rilevante in tal senso fu la posizione di astensione, in seno alle Nazioni Unite, circa gli interventi relativi alla situazione libica, nel marzo 2011.
 
Ma si tratta di sole luci? Certamente no, o almeno non per tutti. 
Il Brasile, a dispetto delle proprie risorse, affronta ancora oggi un periodo di grave deperimento economico e instabilità politica, che si è tramutato in una ancor più grave emergenza sicurezza. 
La Russia è imbrigliata in una sempre più complessa situazione internazionale, riguardante sia il fronte interno (per le accuse di deriva autoritaria) che esterno (Siria e Ucraina in particolare). Mosca vede inoltre la sua già non particolarmente brillante economia, basata in gran parte su gas e petrolio, messa in ancor maggiore difficoltà dalle sanzioni internazionali. Sanzioni che si sono succedute dall’annessione della Crimea in poi. 
L’India, dal canto suo, ha intrapreso un enorme programma di ammodernamento della società e dell’economia. Il richiamo per gli investitori stranieri è forte e il PIL raggiunge abitualmente cifre poderose. Diversi analisti sostengono come l’economia indiana potrebbe addirittura, in futuro, superare quella cinese. La grossa preoccupazione, però, è dovuta alla qualità della classe dirigente del Paese.
 
Problemi di governance similari riguardano anche la Cina. La situazione economica è ancora quella di un Paese emergente in forte crescita, per il quale rimane possibile il superamento dell’economia statunitense entro il 2050, seppur più lentamente di quanto inizialmente previsto. I timori anche qui derivano dalla scarsa fiducia internazionale nei quadri direttivi del Paese, spesso considerati non in grado di gestire compiutamente le emergenze politiche che si potrebbero realizzare nel futuro.
Il Sud Africa, infine. Come detto è l’ultimo dei Paesi ammessi al consesso. E’ certamente il più piccolo in termini di economia, di territorio e di popolazione, seppur, a suo favore, detenga di gran lunga la maggior fetta del potere estrattivo di materiali pregiati al mondo. La sua partecipazione al BRICS è stata una scelta strategica, onde dar modo agli aderenti di avere una solida base di relazioni nel continente africano, ove la Cina, peraltro, mantiene interessi di sempre maggior rilievo. Il Paese, però, paga ancora con forti contrasti sociali interni i postumi del periodo coloniale e dell’apatheid. Se per Paul Krugman, premio Nobel per l’economia 2008, “la Cina è la fabbrica del mondo, l’India è il suo ufficio, la Russia è la stazione di rifornimento e il Brasile la fattoria” ancora non si è ben definito il ruolo nel BRICS (e nel contesto internazionale) della nazione sudafricana.
 
In conclusione, a quindici anni di distanza i BRICS sono un esperimento fallito?
No. I BRICS mantengono ancora un potenziale economico importante, in grado di pesare sempre più sulle scelte politico-monetarie internazionali. Pagano però lo scotto di un’unione giovane, ancora in fase di normalizzazione, creata da entità distanti tra loro non solo geograficamente ma anche culturalmente. Facendo un parallelo con l’Unione Europea, nata anch’essa come comunità economica, pure nel BRICS si ravvede la necessità di superare, se si vorrà dare peso maggiore alla struttura, il concetto di un’unione puramente di mercato, per dedicarsi sempre più a scelte politiche comuni sul piano internazionale. 
 
Proprio l’esperienza comunitaria europea, con i risultati non sempre brillanti e con la disaffezione sempre più strisciante in alcuni strati del suo tessuto sociale, deve rappresentare un monito all’attività dei Paesi BRICS. Un’esperienza quindi non fallita, ma nemmeno realizzatasi come gli stessi fondatori si sarebbero probabilmente aspettati. Uno strumento che, se si risolveranno le congetture negative interne ai singoli paesi e se saprà darsi un coordinamento forte e unitario, potrà far sentire la propria influenza in ambito globale. Un percorso certamente non facile, in cui i Paesi del BRICS dovranno affrontare avversari di peso, pronti ad affilare i coltelli.  (dal blog di Danilo Lano)
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di Danilo Lano
Canavesano, laureato magistrale in giurisprudenza con tesi in diritto internazionale, da sempre attivo nel sociale. Il grande interesse per il diritto internazionale e la geopolitica comporta in lui la passione nell’analizzare i nostri tempi, strizzando sempre l’occhio alla storia.
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