Popolo di santi, poeti e… «cervelli in fuga»

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Popolo di santi, poeti e… «cervelli in fuga»
Fino a qualche anno fa mi capitava assai raramente di sentire di amici che intendessero trasferirsi all’estero. Spesso si trattava di scelte dovute a esigenze straordinarie o a offerte formative e lavorative particolarmente allettanti. Ormai e la normalità. Non passa un mese senza sentire di amici, parenti o conoscenti che organizzino la partenza verso altri Stati. Pure io ne sono attratto. Attenzione, questa non è una cosa di per se negativa, tutt’altro. Ci siamo lamentati fino all’altro ieri dei giovani italiani “mammoni”, quindi ben vengano Erasmus e Intercultura. Ben vengano anche le esperienze lavorative, formative e umane all’estero. Sicuramente offrono a chi sa approfittarne competenze e conoscenze fondamentali nel mondo moderno.  
 
Eppure qualcosa non torna: l’estero sembra sempre di più l’unica speranza. Tanti nostri giovani si formano nelle università con la chiara e precisa idea che, terminato il percorso di studi, tenteranno direttamente la strada della terra straniera. Dove vengono generalmente ben accolti perché la nostra istruzione universitaria, checché se ne dica, è ben considerata nel mondo. Allora qualcosa non funziona davvero. Non riusciamo più a essere competitivi al nostro interno? Il sistema Paese non offre più posizioni allettanti? Al 2016 sono circa 4,5 milioni gli italiani espatriati e residenti stabilmente all’estero, mediamente con un’età compresa tra i 18 e i 34 anni. Nel 2006, all’inizio della cosiddetta “crisi”, erano circa 1,5 milioni in meno.
 
Esportiamo studenti, ricercatori e lavoratori specializzati nella fase iniziale della loro carriera, attratti non da grandi promesse o miracolose prospettive, ma semplicemente dal desiderio di essere impiegati, considerati e remunerati “normalmente”, secondo le proprie capacità e qualifiche. Da un certo punto di vista è sicuramente un grande risultato per il sistema Europa, la libera circolazione dei lavoratori e dei capitali è veramente realizzata. Ma come potrà tornare competitivo un Paese, se coloro che dovrebbero essere gli agenti di innovazione e cambiamento continuano, in maniera emorragica, a lasciare lo stesso senza serie e concrete possibilità di rientro?
 
Ed è proprio questo il centro della questione: è ottimo che i giovani viaggino, è stupendo che gli studenti e lavoratori possano godere di esperienze all’estero. Solo così avranno un feedback fondamentale per essere al passo con i tempi. Il confronto con mondi terzi è uno strumento formativo ed educativo ineguagliabile. Ma se non si offre loro la possibilità di tornare a condizioni pari di quelle che hanno trovato all’estero, se non si crea un sistema che veramente valorizzi le competenze di ognuno, il percorso è segnato, ed è un percorso in declino.
 
Tanti Stati l’hanno capito. I cosiddetti BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) in particolare. Valorizzano i loro giovani che vanno all’estero e poi favoriscono il loro rientro. Sicuramente le loro rampanti economie non sono tali solo per questo motivo, ma sul lungo periodo ne trarranno enormi benefici. E nel governo di un Paese si deve programmare sul lungo periodo, così come si deve avere una visione internazionale della politica e dell’economia. Altrimenti l’emorragia potrebbe essere fatale. (blog di Danilo Lano)
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di Danilo Lano
Canavesano, laureato magistrale in giurisprudenza con tesi in diritto internazionale, da sempre attivo nel sociale. Il grande interesse per il diritto internazionale e la geopolitica comporta in lui la passione nell’analizzare i nostri tempi, strizzando sempre l’occhio alla storia.
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