1 maggio festa del lavoro... o dei senza lavoro

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1 maggio festa del lavoro... o dei senza lavoro
Ogni anno festeggiamo il Primo maggio la festa del lavoro, ma oggi in questa festa civile ha senso di parlare di lavoro? In questi ultimi anni il Primo maggio, si apre in uno scenario che ormai è diventato consueto, disoccupazione, stagnazione nei consumi, perdita di potenzialità d’acquisto da parte delle famiglie, incapacità ormai strutturale nel risparmio, incapacità di ottenere finanziamenti da parte degli imprenditori che vogliono innovare. Chi ci governa ad ogni livello fa tutti gli sforzi per fare ripartire il lavoro, ma le leggi bastano? O rischiano di rimanere delle “grida” manzoniane! 
 
Abbiamo rischiato negli anni passati il fallimento come Paese, ma il rischio non è ancora dissolto e siamo sempre sul crinale di un fallimento, non solo economico ma anche sociale. Le richieste di aiuto si moltiplicano, e le risposte che le  Istituzione e le persone di buona volontà sono sempre di più deboli, ed è sempre di più in incremento l’esercito di nuovi poveri che non  riesce a fare fronte ai pagamenti e di arrivare a fine mese, questa moltitudine trascina nel vortice chi faceva conto sui quei pagamenti per andare avanti, insomma una vera pandemia sociale ed economica. E chi governa incassa sempre meno soldi e oltre a fare i conti con voragine pregresse  deve sempre di più tagliare le esigue risorse. Ma senza lavoro, non c’è famiglia e non c’è dignità umana.  
 
Parlare di lavoro al Primo di maggio mi fa riflettere: nel nostro Paese aumentano sempre di più i giovani (e non solo) senza la dignità del lavoro. Il grido di aiuto di chi conduce una vita da precario o peggio da disoccupato. Sembra che stiamo perdendo il senso di aggregazione sociale e i problemi invece che essere analizzati come problemi di massa e delle masse, vengono vaporizzati nella particolarità individualistica di ognuno. Rischiamo sempre di più una lotta tra poveri di colore nero e poveri di colore bianco, anticamera per infiltrare idee e posizioni razziste, per insinuare disparità di trattamento, per arrivare poi ad indicare con il dito i colpevoli di questo disastro sociale. 
 
Questo ci deve fare riflettere sul senso dell’attuale civiltà dei consumi, che ha imperversato in Italia dopo la seconda guerra mondiale. Negli anni del boom, consumare era sentito come positivo, costituiva la molla del progresso, le società che consumavano di più erano le più potenti. L’uomo che consumava di più era il più felice, l’essere umano era un anello della catena che aveva da una parte la produzione e dall’altra il consumo, insomma  si consumava per far posto alla nuova produzione, ma si  senza renderci conto consumavamo anche la Natura, con l’inquinamento e la distruzione delle materie non sostituibili. Questa civiltà è entrata in crisi quando ci siamo resi conto che il consumismo non rappresentava un trionfo dell’umanità, come se consumando tutto rafforzasse se stesso, ma si traduceva in un consumo dell’essere umano, perché distruggendo tutto, distruggevamo anche noi stessi. 
 
Serve veramente una svolta complessiva, uno scatto in avanti, per favorire l’occupazione soprattutto giovanile ripristinando contratti di solidarietà, reclamando e conservando anche vecchi mestieri. Almeno quelli possono essere tesi anche a mantenere ferma la nostra tradizione, la nostra cultura. La sfida con la globalità si vince anche conservando le zone dell’eccellenza , le zone della particolarità o quello che viene chiamato il made in Italy non solo nella moda, ma anche nella meccanica, nell’agricoltura con il rispetto dell’ambiente. Occorre avere la capacità ed il coraggio di agevolare veramente gli imprenditori che vogliono investire in innovazione, occorre compromettere le regole del lavoro purchè ci sia inserimento lavorativo di più persone. Serve coraggio da parte di tutti  per inventare per forza qualcosa che produca lavoro e che nel contempo produca non solo reddito, ma anche solidarietà e nuove forme di aggregazione fra i lavoratori tutti.  
 
Dobbiamo rinnovare i punti di riferimento che ora sono sbeccati e spopolati e far convergere tutte le forze produttive in modo da far esplodere tutte le potenzialità che lavoratori ed imprenditori hanno. Allora il nuovo primo maggio dell’anno prossimo ci si presenterà con il volto sorridente di chi ce l’ha fatta.
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di Giorgio Cortese
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Impiegato bancario, dal 1978, i miei hobby ed interessi sono la famiglia, scrivere, leggere libri di Storia, giardinaggio. Donatore di sangue dal 1981, abito a Favria, con sincera passione innamorato del territorio in cui vivo
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