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Cui bono?
Ho recentemente letto che sul territorio Canavesano avverrà la costruzione di un centro commerciale. Questa notizia mi ha fatto venire in mente un articolo letto diverso tempo addietro che spiegava come nei  primi anni del nuovo millennio i centri commerciali sono cresciuti a dismisura anche in Italia. Questi centri si riempiono in estate perché molti girano dentro per stare al fresco dell’aria condizionata ed in inverno per il tepore del riscaldamento e si raggiungono solo in auto, accrescendo l’inquinamento dell’aria. Di rado ne viene considerata la sostenibilità sotto il profilo ambientale quando vengono costruiti.
 
Ritengo i grandi centri commerciali dei luoghi dove le relazioni umane sono inesistenti, uno spazio fisico che è il non luogo, contrapposto ai classici luoghi di incontro tra esseri umani, come le piazze, i bar e anche il nome che hanno i campi nel territorio, dove una volta i nonni contadini si ritrovavano per lavorare la terra e non per giocare con Iphone, dei micro toponomini che sono le nostre radici. Come ho detto ritengo il centro commerciale è un non luogo per senza radici,  prodotto artificialmente dalla attuale società liquida ed  iper-moderna, dove non ci sono ne identità, né relazioni, né storia, dove moltitudini di individui si incrociano senza entrare in relazione, spinti solo dal desiderio di consumare o di accelerare le proprie attività quotidiane. Negli Stati Uniti, dove il bar non esiste, il mall, questo il nome anglosassone è, anzi era il punto di ritrovo d’elezione per gli adolescenti, nativi digitali e nello stesso tempo mall-nativi.
 
Ma digitale oggi è la rete, la connessione, la relazione senza spazio fisico, e i consumi mutano, ed in America che sperimenta le innovazioni e purtroppo le crisi prima di noi, i centri commerciali sono in declino e  allora dopo averli costruiti si rischia di avere oltre ai capannoni industriali dismessi anche centri commerciali dismessi, invasi da erbacce e rifugio occasionale per disperati. Oggi sono  invece i non luoghi del web a offrire a noi mammiferi evoluti la nuova frontiera per i sempre più numerosi Iphone-dipendenti. Con questa breve lettera voglio portare a galla il problema che molti fanno finta di non vedere e di non sentire. I negozi tradizionali, i piccoli commercianti   sono sempre di più schiacciati da una parte dall’enorme pressione fiscale che sono costretti a  sopportare, unita alla crisi che rende i portafogli dei concittadini sempre più leggeri, e in questi ultimi decenni dalla  concorrenza dei centri commerciali che offrono di tutto a prezzi a volte molto inferiore del piccolo negozio a conduzione familiare e con pochi dipendenti.
 
I grossi centri commerciali  in virtù della loro mole di vendita possono offrire ai loro clienti  prodotti a prezzi inferiori  distruggendo il vero tessuto economico dei paesi fatto per lo più da piccole botteghe. Penso che si  parla con troppa superficialità delle ricadute positive sul lato occupazionale. Se non si è proceduto ad un’analisi costi benefici, come si può parlare di occupazione? Purtroppo inizia a farmi strada il dubbio che qualcuno  creda veramente che l’occupazione la si crei solamente con i lavori pubblici e le costruzioni, che notoriamente hanno un effetto anti -ciclico ma una volta terminati riportano la situazione al punto di partenza. Manca in tutto questo un’idea concreta di sviluppo locale.
 
Da una parte si fanno i lavori di arredo urbano che dovrebbero riportare la gente a rivivere il proprio centro storico, dall’altra si costruiscono centri commerciali all’ingresso delle città. Quando viene fatto un investimento nel territorio, la Politica dovrebbe essere in grado di valutare tutte le ricadute, non fermandosi solo ai benefici occupazionali, spesso temporanei perchè connessi alle dinamiche del mercato del lavoro, oppure al consistente gettito per le casse comunali proveniente ad esempio dall'Imu invece di cavalcare il vento di moda del populismo e fomentare le fobie verso lo straniero ed il diverso per nascondere la propria incapacità di gestire i problemi reali. Ritengo che di ogni progetto si dovrebbe poter apprezzare la ricaduta sull'indotto economico-imprenditoriale esistente, la capacità di creare nuove imprese sul territorio, il grado di integrazione con le infrastrutture esistenti e con quelle di nuova costruzione, e soprattutto si dovrebbe guardare al fatto se esista un mercato in crescita in cui quel progetto abbia una sua prospettiva di sviluppo o comunque una sostenibilità a medio-lungo termine.
 
Quando si costruiscono contenitori, a prescindere dalla redditività e dal mercato esistente per i contenuti, a guadagnarci sono quasi sempre quelli che propongono i contenitori. Voglio dire che il rischio è che questi investimenti logistico-commerciali si trasformino in operazioni immobiliari. Ma queste sono solo congetture da profano che assiste all’agonia  delle piccole attività commerciali, che con il ceto medio più di chiunque altro subiscono la crisi economica.. Personalmente, e sono sincero non ho una proposta da mettere in discussione ma mi farebbe piacere sollevare il problema e magari trovarne degli utili spunti da parte di tutti e di chi abbiamo democraticamente eletto per proporre un'idea che aiuti appunto a trovare una soluzione se no “Cui prodest?”. (Blog di Giorgio Cortese)
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Impiegato bancario, dal 1978, i miei hobby ed interessi sono la famiglia, scrivere, leggere libri di Storia, giardinaggio. Donatore di sangue dal 1981, abito a Favria, con sincera passione innamorato del territorio in cui vivo
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