Da Manaus alla perfida Albione

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Da Manaus alla perfida Albione
Dove eravamo rimasti? Ah già a Kiev, finale di Euro 2012 con quel secondo posto dell’Italia agli Europei che rimane una piccola impresa del nuovo corso targato dal divino Cesare. A differenza del paese reale, della società e dell’economia, a quattro anni dalla debacle in Sudafrica la nazionale di calcio, almeno quella, si è presto rialzata. 
 
All’esordio con l’Inghilterra, “la perfida Albione” per la sua fama di depredatrice dei popoli e dei continenti, l’Italia, nel cuore della notte, ha vinto con merito, e da tutte le case dove si vedeva la partita, nei locali pubblici e nelle piazze è esplosa una gioia incontenibile che ci ha fatto dimenticare per alcune ore i balzelli da pagare o che abbiamo già pagato. Sarebbe troppo facile paragonare il calcio come metafora della società, ma questa Italia che in campo ha abbassato le creste sostituendole con i tatuaggi, pare esserlo davvero. Come nella politica e nell’economia, non abbiamo delle stelle e neanche dei super fenomeni, ma abbiamo delle persone che a Manuas hanno giocato con il cuore e con la testa, hanno creduto nelle loro possibilità, la loro mediocrità e la loro forza, questo è il loro valore aggiunto. 
 
Anche la nostra Patria da un po’ di tempo ha provato a crederci ad avere la speranza. Siamo aperti alla speranza che non abbaglia e forse abbiamo compreso che sia nel calcio che nella vita reale nel Patrio Stivale non c’è di meglio. La nostra più grande partita da vincere è quella di sfatare il luogo comune che ci siamo auto cuciti addosso, quello che se l’Italia vince, è il simbolo della nazione operosa che trova sempre il modo di togliersi dai guai, se perde, invece siamo lo specchio di una nazione confusa e pigra, allergica ai rigori, che vive solo di ricordi, di arte e passato. Ma che non regge il ritmo di nazioni più moderne, giovani, dinamiche. 
 
Dobbiamo uscire da questo circolo vizioso utilizzando la nostra marcia in più: l’umiltà. Non abbiamo bisogno dell’arroganza, abbiamo bisogno di iniziare a crescere sia come tifosi, e magari anche come italiani. Perché si può essere ugualmente validi e costruttivi anche non vincendo un Mondiale. Si può proporre comunque un’immagine buona anche sbagliando un gol facile. Abbiamo solo bisogno di un buoni esempi anche nelle piccole cose della vita quotidiana, abbiamo bisogno di fare squadra con onestà e sincerità. Abbiamo bisogno di gente che non si rassegna, che si strizza i muscoli e l’anima per riuscirci, che non protesta e non fa scena ma che ogni giorno lavora onestamente.
 
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di Giorgio Cortese
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Impiegato bancario, dal 1978, i miei hobby ed interessi sono la famiglia, scrivere, leggere libri di Storia, giardinaggio. Donatore di sangue dal 1981, abito a Favria, con sincera passione innamorato del territorio in cui vivo
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