Dalla Shoah alle stragi dei nostri giorni

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Dalla Shoah alle stragi dei nostri giorni
Nel meditare sul giorno della memoria si intrecciano nel mio animo fili di pensieri sulla memoria e sull’oblio. Il primo e quello che nell’immediato dopoguerra in Italia si è cercato di  sorvolare e rimuovere la responsabilità del fascismo sulle leggi razziali del 1938, a considerare l’antisemitismo fascista come una parentesi in una storia altrimenti incontaminata da una simile peste, a vedere negli italiani i “buoni italiani”, quasi a darci una sorta di auto assoluzione perché partecipi del progetto di ridare una dignità all’Italia sconfitta traghettandola nella riva dei vincitori.  Un’altra rimozione, simmetricamente opposta è avvenuta in Germania del secondo dopoguerra, la letteratura non ha affrontato che in minima parte il tema della distruzione delle città tedesche bombardate dagli angloamericani come Amburgo nel 1943, Dresda del 1945. 
 
Una terribile distruzione, inutile dal punto di vista strategico-militare, che non lascia tracce nella scrittura, nella letteratura, nella memoria consapevole. Il fatto che i tedeschi abbiano taciuto quella distruzione immane perché se ne sentivano essenzialmente responsabili, raddrizzando per una volta nella storia il meccanismo usuale della proiezione della colpa all’esterno, lontano da sé. L’idea di una ritorsione giusta, una punizione dovuta, un risarcimento, sia pur quanto mai tragico. Il senso, forse addirittura inconsapevole ma non per questo meno vivo, che si era trattato della rivalsa sui civili tedeschi di una guerra che i tedeschi avevano per primi portato contro i civili del resto dell’Europa, può avere così portato al silenzio sulle macerie in cui si è trasformata la Germania dopo il 1945, sulle centinaia di migliaia di vittime dei bombardamenti. 
 
Due moventi positivi, la consapevolezza della colpa, la volontà di ricostruire, sono così all’origine di meccanismi di rimozione e di oblio, mostrandoci ancora una volta quanto complessi siano i doveri della memoria e quanto intrecciati a quelli dell’oblio. Fino a oggi, con il sostantivo "occidentalismo" si intendeva la tendenza ad attribuire un valore preminente alla civiltà occidentale. Oggi, questa parola ha radicalmente invertito il suo significato, ed è passata a significare la percezione negativa che dell’Occidente hanno i suoi nemici, ricalcando il fortunato "orientalismo" con cui Edward Said ha definito la percezione, altrettanto anche se più sottilmente negativa,  che il mondo occidentale ha ed ha avuto dell’Oriente. Ad introdurre questa nuovo significato di "occidentalismo" nel nostro vocabolario, è un libro di Ian Buruma e Avishai Margalit, Occidentalismo, Einaudi editore, un olandese che insegna a New York il primo, un filosofo della politica israeliano il secondo. 
 
Sappiamo quanto rivelatori di profondi mutamenti della società e della politica siano questi cambiamenti del senso delle parole. Ed infatti, "occidentalismo" si afferma proprio nel momento, il termine stesso "Occidente", già seppellito dal clima culturale successivo alla decolonizzazione, viene risuscitato in funzione polemica dai suoi nemici ed agitato come una bandiera dai suoi difensori, cioè dopo l’11 settembre. Un termine, Occidente, anch’esso, bisognoso di una revisione. Gli islamici  fondamentalisti considerano l’Occidente una moderna Babilonia, dal mercato, alla democrazia politica, alla separazione tra religione e stato, all’uguaglianza delle donne, al dubbio e alla tolleranza. Ciascuno di questi filoni di pensiero ha una sua storia, che spazia lontano nel tempo e nello spazio, fin nella denigrazione biblica di Babilonia, nel nazionalismo romantico, nelle polemiche slavofile dell’Ottocento russo o nei kamikaze giapponesi del Novecento. 
 
L’importante non è tanto ripercorrerne la storia, ma svelarne la commistione. Questo solo ci consente di vedere l’Occidente, noi, e di vedere il nostro influsso  nell’occidentalismo del nemico, dei fautori della distruzione di "ebrei e crociati".  Attraverso l’adozione di questo unico termine, occidentalismo, il fenomeno emerge nelle sue somiglianze, nelle sue costanti, nei rapporti tra esaltazione dell’eroismo e critica della democrazia, tra esaltazione della spiritualità e condanna dell’occidente idolatra e dissoluto. Ne deriva un grande vantaggio, quello di riuscire a cogliere appunto le commistioni dei sistemi: il fondamentalismo islamico ha stretti rapporti di parentela con il totalitarismo nazista e comunista, con Pol Pot e con i serbi distruttori di Sarajevo, tra i più recenti "criminali".  Ma la purezza dell’oriente, quella che i fondamentalisti islamici rivendicano costantemente e per cui si battono contro l’occidente, è un mito. Ed ecco che il termine riassume una sua ambiguità. 
 
Chiamiamo occidentalisti i nemici dell’occidente perché sono anche figli di questo occidente, ne hanno elaborato e assimilato il pensiero, vi si sono mescolati. Solo che noi, uomini e donne dell’occidente, riusciamo ancora ad affermare con orgoglio, come nostra identità forte, i nostri dubbi e la nostra tolleranza. Loro, gli occidentalisti, intendono sradicarne ogni traccia, in noi e prima ancora in sé stessi.
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di Giorgio Cortese
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Impiegato bancario, dal 1978, i miei hobby ed interessi sono la famiglia, scrivere, leggere libri di Storia, giardinaggio. Donatore di sangue dal 1981, abito a Favria, con sincera passione innamorato del territorio in cui vivo
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