Dare sempre la colpa (agli altri)

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Dare sempre la colpa (agli altri)
Se si ascoltano gli umori delle persone sarebbe facile dire che la colpa dell’uscita dell’Italietta è dell’arbitraggio, insomma da Bayron Moreno a Rodriguez, arbitri che hanno complottato contro di noi. Sarebbe facile dare sempre la colpa del destino cinico e baro. Se l’Italia vinceva tutti in strada a festeggiare ma se perde, sono troppo ricchi, investiamo su altri sport. Questa sconfitta calcistica mi fa ricordare che le parole sono immortali, possono essere dimenticate come un anziano abbandonato in un ospizio e stupire il mondo rinascendo all'improvviso, possono scuotere le coscienze dalle fondamenta e possono essere abusate come la più squallida delle meretrici.
 
Ma il loro significato resterà per sempre, non moriranno mai. Se si segue il destino di una parola, si può capire molto del popolo a cui appartiene. Una parola che da tempo in Italia è stata dimenticata è "dignità". In questi ultimi decenni l'Italia ha perso molto di più delle migliaia di miliardi di debito pubblico, della creatività culturale e della competitività industriale. Noi italiani abbiamo perso il senso delle parole. Ci sono state rubate attraverso l'impoverimento della cultura, del resto si sa, con la Divina Commedia non ci si fa un panino, ed appiattendo il senso critico attraverso la massiccia anestesia del cicaleccio televisivo.
 
Il cervello umano è un organismo sbalorditivo, ma non può nulla contro ore di urla e sovrapposizioni maleducate tra politici, non può nulla contro i telegiornali che mettono sullo stesso piano i genocidi di popolazioni africane e le nuove mode sulla toelettatura del barboncino a Hollywood, non può nulla contro gli interminabili e insensati monologhi dei concorrenti dell'Isola, degli Amici e della Casa. Le parole dopo essere state martoriate dai "mass media", le parole ci sono state restituite. Sfigurate e avvelenate. Irriconoscibili. Infette. E più passava il tempo e più eravamo incapaci di dare un nome a ciò che ci accadeva intorno. Siamo come dei viaggiatori muti affacciati alla balaustra mentre il Titanic si schianta contro gli iceberg.
 
Definire qualcuno come "indegno", oggi, non va più di moda. Perché alla dignità non ci pensiamo proprio. Valutiamo le persone per il loro appeal, per la loro fama, giungiamo anche a fare complicate dietrologie con annessa lettura del pensiero, l'ha fatto perché pensa che... ha detto questo ma in realtà non ci crede..., passiamo ore a commentare il modo in cui veste, parla, si muove. Ma guai a valutare una persona in base a dei valori! In politica, poi, i valori non vanno neanche citati. È da bigotti. È da bacchettoni. Conta il risultato. E anche se i risultati non ci sono, conta quanto riesce a smuovere le mie emozioni, proprio come una pubblicità. Per molti le cariche pubbliche, non solo politiche, sono dei posti di lavoro come altri: lo spazzino vale quanto un docente, il barbiere vale quanto il Ministro degli esteri.
 
Certo, come persona ha la stessa dignità e lo stesso valore. Ma come carica no. Alcune posizioni sociali sono strapagate proprio perché non tutti possono ricoprirle. Bisogna meritarle. Esserne degni. Quanti degli attuali uomini e donne di potere possono essere giudicati degni e meritevoli della carica che ricoprono? Ma per fare questo discorso, si sa, bisognerebbe abbandonare la logica mafiosa del nepotismo e delle scelte infantili dettate dall'emotività e abbracciare la logica democratica del merito. No, troppo facile pensare subito che loro devono abbandonare la logica mafiosa. Noi dobbiamo farlo. Noi tutti.
 
L'alternativa? Restare un popolo infantile e vigliacco e continuare a desiderare il Grande Padre, il leader maximo, il dittatore di turno, per poterci scrollare dalle spalle la responsabilità delle nostre azioni e delegare la nostra capacità di scelta a qualcun altro. Personalmente, non è questo che voglio dalla mia vita e non è in questo tipo di società nella quale voglio vivere.
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di Giorgio Cortese
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Impiegato bancario, dal 1978, i miei hobby ed interessi sono la famiglia, scrivere, leggere libri di Storia, giardinaggio. Donatore di sangue dal 1981, abito a Favria, con sincera passione innamorato del territorio in cui vivo
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