Decoro da coccodrillo

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Decoro da coccodrillo
Oggi in Italia si fa presto a dire “poveri”. Bisogna decidersi, invece, a far presto non a dire, ma a dare. A dare davvero una mano ai poveri e, quando serve, e spesso serve, oltre alla mano un tetto. E poiché i destinatari di questi rapidi appunti sono quei concittadini con qualche potere in più che chiamiamo "politici", non è forse superfluo ricordare che "fare presto" non significa soltanto stanziare soldi, mettere formalmente a disposizione case o predisporre altre forme di sostegno, ma vuol dire, anche e soprattutto, codificare regole utili e buone che non rendano difficile o addirittura impossibile la solidarietà e la giustizia umanamente possibili e civicamente doverose. 
 
Purtroppo l’attuale decoro di facciata di noi italioti è simile a quell’animale che siamo  abituati a vederlo sulle Lacoste, famose magliette nate come indumento da tennis. Renè Lacoste, infatti, si fece disegnare dall’amico Robert George un coccodrillo, emblema della sua tenacia in campo, quella di uno che non molla mai la presa. Il coccodrillo, in realtà, entra nell’immaginario come drago malefico, tanto da essere riconosciuto nel drago vinto da san Giorgio o da san Teodoro. Il bestiario medievale associa il coccodrillo all'ipocrisia, questi infatti, tiene rivolti al cielo occhi e fauci, come in preghiera, ma la parte inferiore della bocca rimane sepolta nel fango, cioè nei vizi. Così sono tutti quei italioti che ostentano un comportamento impeccabile, ma poi, di fatto, restano avvolti nel  torbido,  occultando le loro azioni delittuose. 
 
Del resto l’antico detto: “lacrime di coccodrillo”, dovuto alla credenza che dopo aver ingoiato le vittime il rettile piangesse per il rimorso o la cattiva digestione, nasconde questa verità: non bisogna lasciarsi attirare dalle apparenze, potremmo poi piangere amaramente sulle nostre stesse azioni. Viene alla mente la situazione del Medioriente, certo mondo fanaticamente religioso che sembra gridare a Dio giorno e notte la sua fede, mentre le sue mani tradiscono sangue innocente.  Sangue innocente di esseri umani che arrivano  dal mare e via terra ma non sono invasori, hanno negli occhi il terrore di quanto hanno visto e patito. Non sono dei nemici alle porte, sono dei poveracci che non ci rubano il futuro, sono una ricchezza umana. 
 
Molti di loro puzzano di sudore e di paura dopo viaggi fatti in semi schiavitù, con poca acqua che non  serve per lavare, ma serve a mala pena a dissetare, dove si nutrono solo nel viaggio del pane della speranza di farcela. Sono esseri umani e se per miseria dovessimo fare noi il viaggio saremmo nelle loro stesse condizioni. Forse dovremmo aprire gli occhi di fronte a questa tragedia mondiale e non solo piangere lacrime da coccodrillo. Allora nella vita non dovremmo mai chiedere che cosa pretendere dalla vita, chiediamoci che cosa possiamo dare alla vita per fare subito lasciando al si può a chi deve prendere ancora coraggio. Il coraggio di chiamare con il loro nome accoglienza e integrazione  per evitare il germe dell’intolleranza dialogando ma con fermezza.  Ricordo che dialogare del resto non equivale a dare sempre ragione all’altro e neppure a sottacere le diversità di vedute, per accordarsi su ciò che è vantaggioso rimuovendo i contrasti. Conviene anzi che i punti di disaccordo siano noti ad entrambe le parti, perché solo così potranno essere prima circoscritti, poi ridotti. Il dialogo implica la dialettica. 
 
Le autorità civili sono da noi delegate, attraverso le elezioni democratiche a regolare i flussi migratori, sapendo che non può accogliere tutti indiscriminatamente. Non devono lasciare correre e permettere che nasca un’industria dell’accoglienza con il proliferare di cooperative che gestiscono il denaro pubblico e gli immigrati senza creare  risorse. Secondo i media siamo invasi ma è una strana  strana invasione dunque, quella in cui così tanti invasori muoiono prima ancora di toccare terra; una forma d’ignoranza, associare il fenomeno migratorio alla più violenta soppressione della libertà umana. La colpa dell’ignoranza, tuttavia, non può essere addossata interamente ai cittadini italiani, quando per primi gli stessi governi non hanno ritenuto prioritaria la raccolta dei dati sui decessi dei migranti. Nonostante grandi somme di denaro siano spese per raccogliere informazioni sulla migrazione e sul controllo delle frontiere, sono infatti pochi i governi che hanno raccolto e pubblicato dati su questo tragico fenomeno.  
 
Gli incidenti avvengono spesso in regioni remote di cui non si hanno notizie, i dati sono sporadici e suddivisi tra le diverse associazioni che si occupano di tenerne la  macabra contabilità. Ritengo che sia paradossale, in un momento storico in cui una persona su sette al mondo è un migrante, vedere quanto sia dura la risposa del mondo sviluppato nei confronti della migrazione, ed è davvero difficile definire questo mondo ‘sviluppato’ quando temi antichi come la tratta degli esseri umani si manifestano in tutta la loro modernità: prostituzione, speculazione, falsa misericordia. Gestiti da cooperative di accoglienza che prolificano come funghi ma il denaro che spendono ai migranti a chi lo rendicontano?. Tutto  questo fiume di denaro  avviene forse  con affidamento diretto o a cottimo fiduciario ovviamente in nome dell'emergenza, parola chiave che consente di superare le procedure ordinarie e spesso anche i controlli. In un modo o nell’altro, il capitale trova sempre il proprio profitto, anche sulla vita dei migranti e degli italiani poveri, sempre con il decoro di facciata da coccodrillo.
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Impiegato bancario, dal 1978, i miei hobby ed interessi sono la famiglia, scrivere, leggere libri di Storia, giardinaggio. Donatore di sangue dal 1981, abito a Favria, con sincera passione innamorato del territorio in cui vivo
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