Il brivido dell’insicurezza!

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Recenti episodi mi fanno pensare che viviamo molti giorni nelle nostre Comunità Canavesane e in generale in tutto l’Italico Stivale con un sottile senso di  angoscia e paura. Tra molti cittadini e la propria Comunità si instaurata inconsapevolmente da tempo un rapporto ambivalente. Nutriamo verso i luoghi che abitiamo sia malanimo che affetto nei confronti dell’ideale cinta urbana delle nostre Comunità. Se da una  parte amiamo le nostre Comunità per  quanto ci offrono, ma poi intimamente, le desideriamo profondamente diverse.

Più che nostre Comunità forse siamo noi con i nostri sguardi, sempre un po’ miopi o distratti che quando abbracciano vasti orizzonti, diventano acutamente pignoli nei confronti dell’orticello domestico. Osserviamo sempre più spesso il luogo che abitiamo con un’angolatura ridotta che ci mostra una Comunità che è diventata estranea,  che ha mutato rapidamente nei colori, e molte volte nelle forme e nei sapori. E poi per i più anziani e non solo per loro l’abitato fuori dalle domestiche mura si trasforma da estraneo a quasi nemico. E il termometro di questo crescente disagio è la crescente indignazione e paura che si legge nei commenti suoi social forum o dai commenti delle persone che incontro.

Questa scivolosa paura ci può trascinare verso  forme di autoesclusione portando delle persone a vivere la vita quotidiana nelle mura domestiche come ad una prigione materiale e psicologica. Si innestano delle fobie sull’uscire dopo una certa ora, del non passeggiare da solo, del diffidare di tutto e tutti per scivolare verso le  scorciatoie dell’organizzazione in proprio, della giustizia cotta e mangiata, del moralismo ipocrita e a basso costo che ripulirà le nostre strade dal male organizzano ronde contro i drogati, contro i ladri e così via.

Questo è il paradosso del Bel Paese, del paese dei più degli ottomila campanili, che ha vissuto uno dei periodi di maggior fulgore storico ed economico proprio nell’età dei Comuni, e che esalta i periodi aurei della Roma imperiale, unica urbs tra tanti municipium? Non necessariamente. La città o il comune medievale che, in alcuni casi, aveva radici anche più antiche, rappresentavano un sorta di associazione indipendente composta da uomini liberi.

Liberi da che cosa? Dalle imposizioni e dal dominio dell’Impero e del Papato, le due grandi autorità politiche di quell’epoca, come dire oggi contro le tasse e gli gnomi della finanza. Allora erano uomini liberi, in un certo senso, dai vincoli e dalla rigidità del sistema feudale che in quel periodo predominava in Europa. La struttura politico-amministrativa di quelle Comunità, paragonata ai parametri storici di quel periodo, si può ben definire "democratica". Allora le decisioni erano prese solo in seguito ad ampie discussioni pubbliche e tutto questo spingeva molti a giurare fedeltà a una struttura che garantiva libertà e sicurezza. Le Comunità così concepite appartenevano ad ogni singolo cittadino ed ognuno aveva un grande interesse per il buon governo della cosa comune.

Oggi quello che forse ci manca è il senso di appartenenza e una democrazia veramente rappresentativa, le nostre Comunità oggi,  cioè quel complesso sistema di relazioni sociali che conosciamo, sono una realtà piuttosto recente. Questo nostro ritardo rispetto ad altri paesi è frutto della veloce trasformazione della nostra società da realtà contadina a industriale e, oggi, postindustriale. Una trasformazione che si è contraddistinta per un inurbamento forte quanto caotico e selvaggio, accompagnato da rapide dismissioni di vaste aree che non rispondevano più alle esigenze produttive, abitative e infrastrutturali del momento e ancora oggi assistiamo a continui abbordaggi nel cercare di cementificare sempre di più.

Oggi viviamo in Comunità radicalmente cambiate rispetto a trentenni fa e, e non solo per il processo evolutivo delle strutture amministrative ed economiche, ma anche nel rapporto instaurato da ogni singolo cittadino nei confronti della Comunità che non viene più sentita propria, non più noi insieme, ma solo oggetto da usare. Oggi si insegue una delle più grandi contraddizioni dell’uomo moderno, il falso mito della "sicurezza ad ogni costo" che ha prodotto il paradossale risultato di avere aumentato le aree di rischio e insicurezza, facendoci pagare un pesante prezzo in termini di libertà di azione e movimento. Oggi l’opinione pubblica si trova di fronte alla  completa e più estesa interpretazione della "tolleranza zero".

Ma attenzione, perché una società  disposta a rinunciare a una libertà essenziale per acquisire un po’ di sicurezza temporanea non merita né l’una né l’altra e le perderà entrambe. Questa ultima frase non è  mia ma di Benjamin Franklin che nella memoria comune è ricordato come l’inventore del parafulmine, nato trecentosette anni fa, nel 1706 in America. Ho trovato questa sua affermazione in un libro e la ritengo sempre attuale. È evidente, infatti, la ripetuta domanda di sicurezza che viene avanzata dai cittadini, una domanda giustificata anche perché la società si sta spesso sfaldando e diventa in certi settori, e non solo quelli del degrado ma anche alcuni piani alti della finanza e del potere, degenerata, insicura appunto. Su questa esigenza legittima taluni speculano introducendo forme patologiche di paura che rendono le persone più chiuse, grette e aggressive. A questo punto si può collocare il monito di Franklin.

Sì, è giusto rinunciare a una fetta di libertà per avere un po’ di ordine, di tranquillità, di sicurezza. Ma guai a premere il pedale fino a cancellare le libertà essenziali, attraverso, ad esempio, alla prevaricazione sulla dignità personale, sulla privacy che è forse un idolo ai nostri giorni, coltivata morbosamentee, ma altrettanto impunemente violata, sulle relazioni generali sociali, sul rispetto della vita umana. Certo, l’equilibrio tra libertà e sicurezza è sempre delicato, ma guai a pensare che tutto si risolva solo con più forze dell’ordine e pubblica sicurezza, vigilantes o leggi più repressive, quando non si colgono le radici più profonde. In conclusione al là della facile demagogia, la storia dei muri eretti in nome della sicurezza e abbattuti in nome della libertà dovrebbe pur averci insegnato qualcosa. Rinchiusi nelle proprie fortezze, gli abitanti del castello non sono mai riusciti a salvarsi dalla solitudine e ne sono stati sempre miseramente travolti.

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di Giorgio Cortese
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Impiegato bancario, dal 1978, i miei hobby ed interessi sono la famiglia, scrivere, leggere libri di Storia, giardinaggio. Donatore di sangue dal 1981, abito a Favria, con sincera passione innamorato del territorio in cui vivo
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