Il carburante dell'invidia

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Il carburante dellinvidia
Dice un vecchio proverbio, libro prestato, libro perduto! Ma come si fa a non prestare un libro quando a chiedermelo è un amico fidato, uno che i libri li ama davvero e che, sul suo onore, promette un'immediata restituzione? Uno dei libri da me molto amati e che non ha mai fatto ritorno è "L'invidia e la società", di Helmut Schoeck, pubblicato da Rusconi nel 1974 e che a quel tempo lessi con convinzione, trasporto e successivo rimpianto. Con grande gioia, quindi, ho potuto avere tra le mani la ristampa di quel capolavoro. 
 
Nel libro l'invidia come inconfessato motore dell'ideologia egualitaria è al centro della riflessione dell’autore, che ne analizza tutti gli aspetti. L'invidia, fin dai tempi di Caino e Abele e di Giuseppe e i suoi fratelli, nasce in famiglia. Già Freud osservava che "il figlio maggiore, pur desiderando, per gelosia, scacciare il figlio che viene dopo di lui, tenerlo lontano dai genitori e privarlo di tutti i diritti, rendendosi tuttavia conto del fatto che anche questo figlio, come gli altri che verranno, è amato dai genitori con lo stesso affetto, e prendendo coscienza dell'impossibilità di coltivare la sua avversione senza proprio danno, è costretto a identificarsi con gli altri figli, per cui si forma nel gruppo dei figli un sentimento di massa o comunitario che troverà nella scuola ulteriori possibilità di sviluppo. 
 
L'invidia non è direttamente proporzionale al valore assoluto di ciò che ne è oggetto,  anzi, la disuguaglianza schiacciante, che sbalordisce, soprattutto quando pare irraggiungibile, eccita l'invidia molto meno di una disuguaglianza minima, allorché l'invidioso è portato a dire con falsa modestia e tanta supponenza, potrei farcela anch'io. La forte differenza, infatti, può anche suscitare ammirazione, mentre l'automobile del collega, più nuova o più potente, può far scattare l'invidia. "Se non mi può dare l'aumento di stipendio", diceva al suo padrone l'impiegato di una barzelletta, "almeno non lo dia neppure al ragioniere della contabilità". 
 
Per fare un esempio di attualità, per spiegare l'ostilità che una parte dei Sindaci che non si sono presentati al convegno sulla sicurezza a Cuorgnè, forse solo per invidia del Sindaco di questa ridente città Canavesana, che ha avuto l’idea prima degli altri? Oppure che dire del becero ed ottuso livore del capo supremo delle truppe pentastellate nei confronti del Sindaco incaricato di formare il nuovo Governo Nazionale? Dovremmo tutti fare nostra la frase di Oscar Wilde: “La maggior parte della gente vive avendo come fine l'amore e l'ammirazione; ma è per mezzo dell'amore e dell'ammirazione che dovremmo vivere!”.
 
Personalmente non so davvero se coloro che vivono avendo come fine amore e ammirazione siano la maggioranza. Ma fa parte del paradosso darlo per scontato, e ammesso che ogni essere umano vivesse  animato da tale aspirazione, ciò non sarebbe sufficiente. L'amore e l'ammirazione, cioè la lode al mondo e in genere all'altro, non dovrebbe essere il mio fine ma il mio quotidiano motore. Dovrei ogni attimo della giornata vivere nutrito  da amore e ammirazione che sono insiti nel mio DNA di essere umano pensante, ma a livello potenziale, come l'odio e l'invidia. In effetti sentirsi nutriti, animati, mossi dall'amore, anziché limitarsi a perseguirlo, è una conquista, un'iniziazione alla vita che mi consente di affrontarla lietamente e coraggiosamente. Il tanto citato bene al prossimo è  il primo mattone per edificare l’edificio del Bene Comune, che poi si rivela bene a me stesso. Questo sarebbe un atto salutare ma per quanto  mi riguarda, farò bene attenzione a non prestare ad alcuno in futuro.
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di Giorgio Cortese
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Impiegato bancario, dal 1978, i miei hobby ed interessi sono la famiglia, scrivere, leggere libri di Storia, giardinaggio. Donatore di sangue dal 1981, abito a Favria, con sincera passione innamorato del territorio in cui vivo
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