Perch?

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Perch?
Ho letto sui giornali e appreso dalla televisione che la tragedia dell’Airbus è da attribuire non ad un guasto meccanico dell’aereo,  neanche  ad un attentato terroristico ma ad un’azione ancora più illogica e tragica per il fatale schianto,  il gesto volontario del co-pilota della Germanwings, Andreas Gunter Lubitz, di  ventotto anni. Secondo la ricostruzione che stanno facendo sulla base delle conversazioni estratte dalla “scatola nera”, il copilota si è chiuso in cabina di pilotaggio, quando è uscito verosimilmente per "bisogni fisiologici" il pilota, poi ha azionato la discesa e ha fatto così schiantare l'aereo.

Da notare che per la sicurezza degli aerei la  porta blindata della cabina di pilotaggio del velivolo è dotata di un meccanismo di sicurezza che ne permette l'apertura automatica in caso di emergenza, ma se dall'interno l'accesso viene negato non c'è modo di aprirla. Certo che se nei prossimi giorni emergesse che l’aviatore che ha provocato volontariamente la sciagura era un seguace di un qualche integralismo becero e assassino, la tragedia mi apparirebbe, certo, molto più  agghiacciante e spaventosa ma forse più logica e comprensibile  per il mio modo occidentale di ragionare.

La televisione e i giornali mi hanno informato, purtroppo , in questi anni, come l’ottuso fanatismo religioso e politico portano degli esseri umani ad autosucidarsi portando nel loro folle gesto delle persone inermi, persone che nel linguaggio comune chiamiamo kamikaze, parola giapponese che voleva dire vento divino, ma che divino non hanno nulla ed agiscono purtroppo con una atroce logica.  Se invece,  l’autore di questa tragedia, neo-pilota diplomato col massimo dei voti, non era un terrorista, allora mi trovo di fronte al buio più insondabile.

Perché? Questa domanda mi gira nel cervello. La prima risposta è che sia divenuto improvvisamente folle.  Ma in genere,  chi si suicida lo fa da solo?  E invece l’anomalia di questo apparente suicidio è che ha chiamato con sé altri 149 esseri umani. Mi domando come sia  possibile che il giovane pilota abbia guardato salire i suoi colleghi e 144 passeggeri, uno ad uno, e abbia visto le facce degli studenti di ritorno da una vacanza, e i neonati in braccio alle madri, gli abbia anche sorriso e non si sia fermato? Aveva già deciso, con follia, con lucida follia , che si controlla, si maschera e non si tradisce? Perché? Che cosa è saltato nel suo animo per arrivare ai bordi dell’abisso e buttarsi giù?

Abbiamo costruito e costruiremo dei computer sempre più sofisticati ma nessuno riesce a sondare che cosa passa nei meandri dei nostro cervello. Mi viene da pensare che più che follia se una persona decide di portare con sé nella morte una moltitudine di uomini, sconosciuti e tuttavia appena guardati in faccia, è un atto che ha in sé il marchio di una pura, devastante ansia di annientamento.  Cercare la morte  ma portane con se altri, tanti esseri umani, sentirsi quasi un dio nel dare la morte anche ad altri che negli ultimi minuti, come emerge dalle registrazioni della scatola nera, urlavano con grida di terrore vedendo sempre di più avvicinarsi le montagne innevate. Dal  novello dio onnipotente nulla, dalla scatola nera, si sente solo il suo respiro, nemmeno una parola. Poi, lo schianto che squarcia il silenzio della montagna. Scriveva Nietzsche: “Quando guardi l’abisso, l’abisso ti guarda", chissà se l’autore di questo gesto l’aveva letto ed io continuo a domandarmi perché?

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di Giorgio Cortese
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Impiegato bancario, dal 1978, i miei hobby ed interessi sono la famiglia, scrivere, leggere libri di Storia, giardinaggio. Donatore di sangue dal 1981, abito a Favria, con sincera passione innamorato del territorio in cui vivo
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