Si o no, cui bono? Il referendum del 17 aprile

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Si o no, cui bono? Il referendum del 17 aprile
Mi permetto nel titolo di apertura di citare una  frase detta da Cicerone nell’80 a.C. quando assunse la difesa di Sesto Roscio Armerino il cui padre era stato ucciso su mandato di due suoi parenti, d’accordo con Lucio Cornelio Crisogono, potente favorito e liberto greco di Silla. Cicerone svelò le responsabilità di Crisogono, con l’orazione Pro Roscio Amerino convincendo i giurati che l’assassinio favoriva gli accusatori e non l’accusato, insomma: “Cui bono? A vantaggio a chi?”. 
 
Ed allora, per la prima volta nella storia della Repubblica, il prossimo 17 aprile noi elettori italiani saremo chiamati a votare a un referendum richiesto dalle Regioni, e non  come di solito avviene, tramite una raccolta di firme di noi cittadini contribuenti. Andremo a votare al referendum “No-Triv", per decidere se vietare il rinnovo delle concessioni estrattive di gas e petrolio per i giacimenti entro le 12 miglia dalla costa dell’italico stivale. C’è da chiarire che il  referendum, quindi, non riguarda il divieto di effettuare nuove trivellazioni, che sono già vietate entro le 12 miglia marine, e continueranno a essere permesse oltre questo limite anche in caso di vittoria dei Si. Mi sembra più che un referendum un’azione politica delle regioni che lo hanno promosso per dare un segnale contrario all’utilizzo delle fonti di energia fossile, come il gas e il petrolio estratti dalle piattaforme offshore. 
 
Le regioni richiedenti sono: Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Veneto, Calabria, Liguria, Campania e Molise. Purtroppo una raccolta di firme di noi cittadini per presentare il referendum era fallita lo scorso inverno. Nel testo della domanda referendaria se votiamo SI, si abroga la parte di una legge che permette a chi ha ottenuto concessioni per estrarre gas o petrolio da piattaforme offshore entro 12 miglia dalla costa di rinnovare la concessione fino all’esaurimento del giacimento e pertanto cessano la  loro attività fino alla data di scadenza della concessione. Questa concessione può essere prorogata fino all’esaurimento del giacimento. Il referendum, quindi, non riguarda nuove trivellazioni, ma la possibilità per gli impianti già esistenti di continuare a operare fino a che i giacimenti sottostanti non saranno esauriti. 
 
Oggi in Italia ci sono 66 concessioni estrattive marine che si trovano oltre le 12 miglia marine, e che non sono coinvolte dal referendum. Il referendum riguarda soltanto 21 concessioni e sono una in Veneto, due in Emilia-Romagna, uno nelle Marche, tre in Puglia, cinque in Calabria, due in Basilicata e sette in Sicilia. Le prime concessioni che scadranno sono quelle degli impianti più vecchi, costruiti negli anni Settanta. Le leggi prevedono che le concessioni abbiano una durata iniziale di trent’anni, prorogabile una prima volta per altri dieci, una seconda volta per cinque e una terza volta per altri cinque, e al termine della concessione, le aziende possono chiedere di prorogare la concessione fino all’esaurimento del giacimento. Se al referendum dovessero vincere il SI, gli impianti delle 21 concessioni di cui si parla dovranno chiudere tra circa cinque-dieci anni. Gli ultimi, cioè quelli che hanno ottenuto le concessioni più recenti, dovrebbero chiudere tra circa vent’anni. 
 
In tutto in Italia ci sono circa 130 piattaforme offshore utilizzate in processi di estrazione o produzione di gas e petrolio. Quattro quinti di tutto il gas che viene prodotto in Italia, e che soddisfa circa il 10 per cento del fabbisogno nazionale, viene estratto dal mare, così come un quarto di tutto il petrolio estratto in Italia. Nessuno al momento ha calcolato quale percentuale di gas e petrolio viene prodotta entro le 12 miglia marine, né quanto sono abbondanti le riserve che si trovano in quest’area. Ma anche con la vittoria del  SI,  le compagnie petrolifere posso sempre  compiere nuove trivellazioni oltre le 12 miglia marine e continuare a cercare e sfruttare nuovi giacimenti sulla terraferma, ed é è già vietato per legge effettuare nuove trivellazioni entro le 12 miglia marine dalla costa, ma con il referendum si limita l’ulteriore sfruttamento degli impianti già esistenti una volta scadute le concessioni, anche se sono ricchi di gas. 
 
Certo le trivellazioni sono a forte rischio ambientale e sanitario, anche se forse è remota la possibilità di un disastro ambientale come quello avvenuto nel 2010 nel Golfo del Messico, ma al mar Adriatico manca poco per andare un coma ecologico. Quelli che dicono di votare No, i pro fossili, per lasciare tutto come è adesso affermano che  continuare l’estrazione di gas e petrolio offshore è un modo sicuro di limitare l’inquinamento, l’Italia estrae sul suo territorio circa il 10 per cento del gas e del petrolio che utilizza, e questa produzione ha evitato il transito per i porti italiani di centinaia di petroliere negli ultimi anni. Secondo loro, quelli del No, una  vittoria del SI avrebbe poi delle conseguenze sull’occupazione, visto che migliaia di persone lavorano nel settore e la fine delle concessioni significherebbe la fine dei loro posti di lavoro. 
 
Sempre secondo i No, oggi in Italia acquistiamo l'80% dell'energia di cui ha bisogno dall'estero, mentre potrebbe abbassare questa quota anche al 60% se sfruttasse i giacimenti di idrocarburi ancora inesplorati, compresi quelli in mare, con un risparmio di un miliardo di euro l'anno. Inoltre, i sostenitori del No rilevano che la possibilità di scongiurare al 100% qualche incidente sia impossibile, ma le tecniche oggi a disposizioni permettono di trivellare senza dare fastidio all'ecosistema. Ma da profano mi sorge un dubbio, un  giacimento sottomarino, poniamo in Adriatico o nel Canale di Sicilia, è come una bacinella dove succhia petrolio chiunque metta delle trivelle, magari nelle acque territoriali della Croazia o in Libia a un tiro di schioppo dalle coste italiane, che non sarebbero quindi risparmiate da eventuali incidenti.. 
 
Se dall’altra parte si mettono a trivellare, il giacimento sarà comunque sfruttato da chi estrae con la sua cannuccia dall’altra parte. La cosa ha una sua rilevanza economica perchè investitori, aziende e posti di lavoro potrebbero trasferirsi sull’altra costa e non rinunciare a un business che nel Mediterraneo si fa sempre più corposo. E poi se votiamo Si per non deturpare la nostra bella Italia, i nostri dirimpettai sull’uscio di casa e sfruttano le risorse che noi vogliano preservare  come faremo ad impedirlo? Proporremo un referendum a casa loro? Sicuramente andrò a votare, perché ogni volta che si viene chiamati alle urne è moralmente etico andare per esprimere democraticamente il proprio voto e la questione che mi lascia sempre perplesso è che i referendum non sono un diritto dovere ma un optional per noi cittadini e se non  andranno a votare il 50 per cento più uno degli aventi diritto al voto il risultato non sarà valido ma le spese sostenute per effettuarlo si! Mi sorge un dubbio ma se vincono i Si chi  chi smantellerà le piattaforme e le metterà in sicurezza perché non inquinino? Faremo ulteriore referendum, ma la politica cosa fa? Ma allora “Cui bono?”. (Blog Giorgio Cortese)
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di Giorgio Cortese
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Impiegato bancario, dal 1978, i miei hobby ed interessi sono la famiglia, scrivere, leggere libri di Storia, giardinaggio. Donatore di sangue dal 1981, abito a Favria, con sincera passione innamorato del territorio in cui vivo
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