Lezione universitaria

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Lezione universitaria
Eccoci qua. Io davanti a voi. Voi davanti a me pronti a iniziare un nuovo corso universitario. Nuovo per voi, s’intende, per me è vecchio, anche troppo. La materia che sono chiamato a insegnare è una di quelle discipline retoriche, per le quali il massimo della resa non è costituito dall’esperienza del docente, ma dalla sua ancora vigile curiosità teorica. Ciò detto, dobbiamo iniziare questo ciclo di lezioni cercando di condurlo al meglio. Siamo così di fronte l’uno agli altri, non a caso si chiama lezione frontale. Vi vedo davanti a me, penna in mano, pronti a riempire un intero quaderno di appunti e forse più di uno, su ciò che dico. Risultato? Arriverete all’esame avendo capito poco o punto di ciò che avete scritto. Perché succede regolarmente questo?

La domanda più corretta è: perché scrivete tutto? Perché siete guidati dal senso di colpa. Parliamoci chiaro, non è che della materia ve ne importi molto. Siete qui perché dovete completare i crediti formativi del vostro piano di studi. I vostri genitori, che vi mantengono all'Università, pretendono che frequentiate le lezioni e spingono perché vi laureiate il più presto possibile. Tutte ragioni validissime, che voi risolvete cercando la via più facile. La dimostrazione della vostra frequenza e della vostra partecipazione alle lezioni è proprio in questo notes fitto di appunti, in cui avete trascritto ogni singola parola detta dal professore.

Alla fine del corso gli appunti vengono in genere messi a riposo, per essere ripresi in prossimità dell’esame. Ma in quel momento succede uno strano e comune fenomeno: leggendo non vi raccapezzate più, non riuscite più a connettervi, per usare un verbo tanto caro alla vostra generazione. Non vi rendete conto che il problema vero non è nel non comprendere ciò che voi stessi avete scritto, ma che presi dall’ansia di scrivere non avete compreso ciò che l’insegnante stava dicendo e quindi ciò che stavate scrivendo, quindi è alla fonte che non avete capito. Molti di voi rovinano la mano a furia di scrivere, scrivete anche ciò che durante la lezione il professore tende a ripetere, scrivete come degli ossessi, procurandovi assurdi crampi alla mano che, detto fra noi, è l’unico organo che lavora.

Parliamoci chiaro, noi apparteniamo a generazioni così lontane, che già è stato un problema insegnare ai vostri padri, figuriamoci a voi, che potreste essere nostri nipoti. In realtà io appartengo a una rottamanda generazione di studiosi, che si sono esercitati per tutta la vita nella ricerca di risposte, che hanno fondato i loro studi e relativi risultati attraverso un curioso e a volte faticoso processo di formazione. Per noi un esito è sempre risultato il prodotto di un processo, a volte complicato, che ci ha condotti da un nulla di partenza a un qualche cosa come punto d’arrivo. Le risposte che voi cercate, anche nello studio, diciamo le informazioni, vi sono già fornite pronte all’uso da internet, dai vari Iphone, Ipad, telefonini, tablet.

I nostri punti d’arrivo, sono i vostri punti di partenza. Perché cercare di comprendere il teatro greco, quando premendo un tasto si possono avere, in tempo reale, tutte le risposte? Poco importa se quelle risposte sono il risultato dei nostri studi. Il problema nel vostro caso consiste semmai nel cosa cercare. Ora, l’impressione è che spesso l’oggetto delle vostre ricerche a risposta veloce, immediata, in tempo reale, sia lontano da ciò che vi potrebbe servire dal punto di vista dei vostri studi. Ecco perché comprenderci è così arduo. Questa immediatezza nell’acquisire informazioni, toglie valore alle informazioni stesse. Prendendo il telefonino potreste immediatamente capire di quale argomento sto parlando, ma non avete tempo, dovete trascrivere tutto sugli appunti, senzaperdere neppure una parola. In questo modo, abbiamo perso tempo entrambi: voi a scrivere, io a parlare.

A proposito. Cosa avrete mai da dirvi al telefonino? In continuazione poi! Quando interrompo, infatti e inevitabilmente la lezione, per farvi prendere un po’ di fiato e far riposare la povera mano, eccovi, subito con il cellulare a messaggiare. Il vostro senso della velocità è inarrestabile. Già una generazione, ormai a voi lontana e anche a me, a dire il vero, è cresciuta nel mito della velocità ed è andata a sbattere, non potete immaginare quanto forte! Inutile in questa sede ricordare i danni! Posso immaginare che voi non ne sappiate quasi nulla. Tutto ciò che è accaduto prima degli ultimi cinque anni della vostra  vita, sembra esservi del tutto ignoto. Avreste potuto apprendere queste cose attraverso i libri di storia! Ho l’impressione che non l’abbiate fatto. Per imparare bene occorre però tempo. Benedetto il tempo che ci aiuta a riflettere. Però, voi non avete tempo! Non avete tempo o avete perso la capacità di utilizzarlo? Magari lasciandolo scorrere per pensare a ciò che vi ho appena detto?

Queste osservazioni trovano conferma durante l’esame. Se il libro su cui dovete riferire ha un carattere manualistico, antologico, lo assimilate a memoria e rivelate una certa brillantezza espositiva. Quando però si entra in profondità, nel merito delle questioni vere, quando il libro prospetta un percorso di ricerca, non sapete nemmeno più dove siete seduti. Esiste un modo per ovviare a questa incomunicabilità di fondo? Proviamoci. È noto che l’insegnamento è una forma di trasmissione di chi sa di più a chi sa di meno. Almeno così dovrebbe essere. Non sempre, va be’, però in genere... Chi sa di più dovrà cercare di far comprendere i concetti utilizzando gli strumenti della conoscenza comune e non. Spesso il professore è un affabulatore, a tratti logorroico, tende a ripetere in forma diversa uno stesso concetto, allo scopo di farlo penetrare più a fondo in chi ascolta. Non dovete però scrivere tutto. Basta comprenderlo, il concetto, non serve declinarlo in tutte le forme ripetitive in cui lo descrive il professore.

Scrivendo tutto, siete talmente concentrati nel non perdere nemmeno una parola pronunciata alla cattedra, che queste parole le ripetete nella scrittura senza neppure accorgervene. Ecco perché quando dovrete rileggere, sarete portati a credere che i molti esempi di un unico concetto, siano in realtà molti concetti espressi in un esempio solo. Proviamo perciò a fare in questo modo: non prendete più appunti, posate le vostre penne prima che prendano fuoco e provate ad ascoltare. Da oggi divieto di scrivere appunti! Potete portare con voi tutti gli ausili elettronici dei quali siete maestri: telecamere, registratori, telefonini, tablet, ma, per cortesia, niente penna. Un altro favore vi chiedo: quando sentite un termine, un nome proprio che non conoscete, per cortesia fermatemi! Ripeterò i concetti o le precisazioni fin quando non avrete compreso. Evitiamo però di scrivere senza aver compreso e soprattutto evitiamo quei patetici dieci minuti di fine lezione, nei quali chiedo se è tutto chiaro, se ci sono domande, e la risposta è un silenzio assordante.

E ora che la lezione abbia inizio. (blog di Lido Gedda)

L'angolo del Professore
di Lido Gedda
Come professore universitario di Storia del teatro si è occupato di drammaturgia e messinscena tra Otto e Novecento. Si è altresì occupato della regia teatrale novecentesca e della Storia e del teatro in numerosi volumi. Ha dato alle stampe studi sull'opera di Goldoni, Giacosa, Pirandello e Bersezio.
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