Quelle righine sulla maglia sono di nuovo a colori...

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Quelle righine sulla maglia sono di nuovo a colori...
C'è un momento in cui si realizza. Dopo il boato iniziale, l'incredulità dell'impresa, la strana sensazione che non sia tutto vero. La pazza idea di poter cancellare mezzo secolo in un attimo. Il riordino delle idee, a qualche settimana dal quel boato, è ancora appannato da quel retrogusto d'impresa, a metà strada tra i film che finiscono sempre bene e le storie sportive ingiallite dalle pellicole d'epoca.
 
Ho iniziato a seguire la Spal perchè lo faceva mio papà (lui si, originario del ferrarese): avevo otto anni, una strana simpatia per la Juve (e a Torino è difficile non averla) e poche idee confuse. Come tutti i bimbi. Allora, e sono passati 27 anni o giù di lì, la Spal era qualcosa da legare alla famiglia, a quelli rimasti là, tra l'argine del Po e l'infinita pianura. Da bimbo inurbato, nato all'ombra della Mole, faticavo a comprendere quella inusuale bellezza condita di zanzare, tante cose buone da mangiare, una città e una provincia adagiate su fasti rinascimentali persi nei libri di storia. Ma poi le radici affiorano quando meno te lo aspetti. E siccome siamo in Italia, perchè non identificarsi nel calcio? Fu una scelta scellerata. Niente più Juve, ma solo interesse crescente per quella squadra così lontana, eppure cosi vicina. 
 
Allora, giova ricordarlo, non solo era un altro calcio. Era anche un altro mondo. Le uniche notizie della Spal le trovavo a pagina 214 del televideo (nell'allora C1), con i risultati che, in teoria, cambiavano in tempo reale ma che, in verità, venivano aggiornati con ritardi mostruosi. Così poteva capitare (e lo ricordo bene) di passare un pomeriggio intero a fissare quella pagina in attesa di aggiornamenti. Di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia. Lo Spal Club Torino (!) e le trasferte in pullman con gli amici della scuola calcio della Mappanese, la serie B durata solo un anno nel 1992 e poi tanta C1, qualche anno di C2 e l'onta di un anno in serie D.
 
Se nel '90, dopo i lacrimoni della semifinale Mondiale, mi avessero detto che, per due decenni e mezzo, calcisticamente parlando, sarebbero stati altrettanti lacrimoni (frutto di ceffoni presi anche sui campi più sfigati) forse avrei ponderato un po' meglio la scelta. Ma, si sa, la passione calcistica, a volte, è una roba che ti senti addossso. Anche se non si vince, anche se devi spiegare a tutti le ragioni di quella passione. 23 anni dopo l'ultima fugace apparizione in B, l'anno scorso, 23 aprile 2016, ero a Ferrara (stadio Paolo Mazza) per togliermi una soddisfazione attesa da una vita, quel dannatissimo ritorno nella serie cadetta. Mai mi sarei immaginato, un anno dopo, di esporre di nuovo la bandiera biancazzurra dalle finestre di Agliè. E questa volta per tornare, dopo 49 anni, lassù tra le grandi, dove la Spal non l'ho mai vista, se non alla PlayStation.
 
Ora vada come vada, quello che conta è essere di nuovo lì, artefici di una favola imprevista, ottima per ricordare che «la palla è rotonda» e, a volte, le cose prendono una piega inaspettata. La strada che porta a San Siro, la «Scala del calcio», è stato un percorso lungo 49 anni. Estremamente tortuoso, passato da stadi pazzeschi, in paesi da poche centinaia di abitanti (Leffe, Palazzolo sull'Oglio, Saronno, Crema, Bra giusto per citare alcuni che ho visto di persona in trasferte alquanto surreali...) dove pagine di storia, scritte dalla Spal negli anni cinquanta e sessanta, sono state quasi cancellate. 
 
Fine dei ricordi. Fine degli album Panini retrò e delle immagini in bianco e nero. E' tempo di aggiornare le foto. Dopo una lunga, lunghissima parentesi, quelle righine verticali sulla maglia più bella del mondo sono di nuovo a colori...
(blog di Alessandro Previati)
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di Alessandro Previati
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Alessandro Previati, classe 1982 (l’anno dei Mondiali), festeggia il compleanno il 24 giugno, quando a Torino fanno i fuochi. Ferrarese d’origine (e tifoso della Spal) ma nato a Torino, quattro anni fa è stato catapultato in Canavese. Collabora con il quotidiano La Stampa e il settimanale Il Risveglio, dopo aver scritto, per anni, su La Voce, Il Canavese e Sprint&Sport (da quando aveva 14 anni). Dal 3 ottobre 2013 è «direttore» di Qc. Tra virgolette. Perché guai a prendersi troppo sul serio.
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