Terremotati nelle tende, clandestini in hotel: viva l’Italia!

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Terremotati nelle tende, clandestini in hotel: viva l’Italia!
Le immagini riprese da tutti i telegiornali, gli articoli di tutti i quotidiani nazionali, ci riportano in questi giorni l’immagine di un’Italia lacerata, spezzata, travolta dalla furia degli elementi che hanno imperversato nelle regioni già duramente colpite da un’interminabile striscia di terremoti violentissimi che hanno letteralmente cancellato intere comunità. E con le immagini dei paesi distrutti, sommersi da metri di neve, scorrono quelle delle tende sotto le quali dopo mesi le famiglie sfollate sono costrette ancora a sopravvivere. Per non parlare delle notizie grottesche delle carenze di mezzi ed equipaggiamenti con le quali gli ammirevoli soccorritori dei Vigili del fuoco, della Guardia di Finanza, dell’esercito e della protezione civile stanno continuando ad operare ostinatamente, per salvare quante più vite umane possibile. 
 
Immagini e notizie che fanno riflettere sull’assurdità della gestione del sistema Italia. Com’è possibile che a distanza di cinque mesi dal primo devastante terremoto che ha colpito Amatrice ed Accumoli, la maggior parte della popolazione sia ancora costretta in sistemazioni provvisorie, mentre ai clandestini che sbarcano quotidianamente (anche in questi giorni, seppur a ritmo più ridotto) sulle nostre coste nel giro di pochi giorni vengono assicurati vitto, alloggi confortevoli in appartamenti o hotel, e diaria giornaliera? E’ il business, signori! Il fiume di euro che alimenta la macchina dell’accoglienza non si può arrestare, mentre può tranquillamente esaurirsi quello per le pale anti-neve, per i mezzi di soccorso, per il diesel destinato a far muovere quei mezzi, per gli indumenti adeguati a chi deve operare in condizioni di freddo estremo. Non si arresta un business di cui godono le innumerevoli cooperative rosse, sorte come funghi in questi ultimi anni, e varie organizzazioni cattoliche, e che non ha nulla a che vedere con la fratellanza cristiana o la solidarietà umana. 
 
Ma chiariamo subito un punto fondamentale, onde evitare qualsiasi incomprensione. Il profugo, colui che davvero ha dovuto abbandonare la sua terra per via della guerra o per timore di persecuzioni etniche o religiose, soprattutto se si tratta di donne o bambini indifesi, deve essere accolto e sostenuto nel suo cammino per ricominciare una nuova vita qui in Italia. Il problema è che di profughi ne sbarcano ben pochi, in media sono il 5-6%. E tutti gli altri? Sono quelli che vediamo ciondolare sulle panchine delle nostre piazze o a chiedere l’elemosina nei parcheggi dei supermercati, spesati e alloggiati a nostre spese in virtù di un sistema perverso che ha l’unica motivazione di garantire un flusso di denaro prolungato nel tempo a chi gestisce le residenze per i migranti. Questi, infatti, dopo aver lasciato i campi di accoglienza provvisori in Sicilia o Sardegna, vengono assegnati, secondo quote proporzionali ai residenti, nelle varie Regioni italiane e di conseguenza ai vari Comuni, secondo le disponibilità di alloggi o strutture fornite dalle cooperative che si sono aggiudicate gli appalti messi a gara dalle Prefetture. 
 
Dal momento che il migrante viene preso in carico dalla cooperativa, scatta l’erogazione dei (circa, varia da Regione a Regione) 35 euro al giorno. Una cifra comprensiva, ovviamente, delle spese da sostenere per il gestore (affitto dei locali, utenze come luce e gas, vitto, oltre a varie ed eventuali) e del famigerato pocket money, la somma di 2,5 euro giornalieri che spettano “di diritto” a ciascun migrante. Al lordo, comunque, fa 12775 euro all’anno per ogni migrante. Prendiamo come puro esempio il caso di Castellamonte, dove i migranti (in barba ad ogni quota proporzionale con i residenti) sono (dati di agosto 2016) 105: il risultato è di 1.341.375 euro. All’anno. Un bell’incasso. Ma guardiamo anche l’altro lato della medaglia. La stessa cifra rappresenta un esborso per le casse dello Stato (altro che fondi europei!), ma è maggiorata delle spese sanitarie, che sono completamente a carico della collettività, e di altri servizi, come ad esempio l’istruzione (corsi di alfabetizzazione e corsi professionali dedicati esclusivamente ad immigrati), che sono gratuiti per il migrante (e quindi per la cooperativa) e il cui costo ricade sulla comunità. E per quanto può andare avanti l’accoglienza? 
 
Il tempo che intercorre tra l’inizio dell’accoglienza e l’esito del procedimento di domanda d’asilo varia tra un anno e 18 mesi. Ma, attenzione: in caso di diniego da parte della Commissione territoriale, il richiedente asilo può fare ricorso (inutile soffermarsi su chi paga le spese legali, tanto s’è capito, no?), in appello e poi perfino in Cassazione. E in attesa che il procedimento giunga al termine, trascorrono mesi e mesi. Morale: nella migliore delle ipotesi il clandestino che non ha alcun diritto di restare in Italia trascorre almeno due anni spesato e alloggiato gratuitamente. E siccome oltre il 90% dei richiedenti asilo si rivelano poi dei clandestini, è facile farsi due conti sull’abnorme sperpero di risorse che invece di alimentare questo sistema improduttivo potrebbero essere investite per intervenire adeguatamente nelle regioni colpite dai sismi di questi mesi, per rilanciare le attività produttive, per mettere in sicurezza le strutture scolastiche o per ammodernare una viabilità scadente. 
 
Solo pochi mesi fa il ministro Padoan lamentava la mancanza di 600 milioni di euro per garantire il sistema dell’accoglienza. Ora lo stanziamento di fondi statali per l’emergenza (assurdo ancora chiamarla così) migranti è salito ad oltre 4 miliardi di euro. Mentre ad Amatrice si organizza una riffa per assegnare le prime casette prefabbricate ad una frazione delle famiglie che ne avrebbero bisogno. Viva l’Italia!  (dal blog di Franco Papotti)
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di Franco Papotti
Avvocato, Politico, Conservatore, Canavesano, marito di Loredana, papà di Vittoria. Da ormai un quarto di secolo attivo nel mondo politico e culturale canavesano, porta avanti l’idea di un Canavese capace di fare sistema per la valorizzazione delle peculiarità e delle risorse di un territorio dotato di enormi potenzialità.
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