DUE CITTA' AL CINEMA - La rassegna celebra il ritorno del regista olandese Paul Verhoeven con «Elle»

| Presentato al Festival di Cannes 2016, è stato molto apprezzato per la durezza e la freddezza della critica spietata che rivolge al mondo borghese. La recensione di Santho Iorio

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DUE CITTA AL CINEMA - La rassegna celebra il ritorno del regista olandese Paul Verhoeven con «Elle»
Dopo dieci anni torna sul grande schermo il regista olandese Paul Verhoeven. «Elle», presentato al Festival di Cannes 2016, è  stato molto apprezzato per la durezza e la freddezza della critica spietata che rivolge al mondo borghese. Un aspetto questo che ha sempre contraddistinto l'artista olandese, anche in progetti come RoboCop, troppo spesso non analizzati in profondità soltanto perché considerati prodotti di genere. Elle è in continuità con le sue opere precedenti: il cineasta mantiene uno sguardo cinico e spietato per raccontare la contemporaneità. Uno dei più duri attacchi alla classe elitaria che si siano visti di recente.
 
Una critica alla borghesia che, dietro a una facciata perbenista, nasconde un malessere di fondo e una perversione inimmaginabile. Lo sguardo di Verhoeven è sempre freddo e distaccato, ed è forse questo l'aspetto che rende il film così solido e graffiante. Neanche l'umorismo da commedia nera riesce ad alleggerire l'atmosfera e i momenti più tesi della vicenda. Ma la colonna sul quale si regge il film è Isabelle Huppert  che interpreta magistralmente una donna diversa dai modelli che siamo abituati a vedere. Un personaggio ambiguo e forte che si fatica a comprendere e che, nonostante tutto, sembra sempre mantenere il controllo della situazione. 
 
Michèle è una cinquantenne in carriera, viene stuprata in casa sua. Lo sappiamo da subito, nella prima scena. La violenza si è già  consumata, Michèle si rialza dal pavimento, si ricompone e va a farsi un bagno caldo. Una macchia rossa affiora dalla vasca: l'unico ricordo visivo di quanto accaduto poco prima. Poi la vita riprende normale. È lì che Verhoeven mette in scena la sua tragicommedia umana: in  modo grottesco  ci presenta una carrellata di uomini e donne che sono la vita di Michèle con uno stile a metà tra il thriller da camera e la black comedy.
 
Il figlio, senza alcun talento, che è ossessionato dall'idea di riscattarsi dal grigiore diventando padre, peccato che il bimbo la sua ragazza l'abbia concepito con un altro; la mamma ultrasettantenne, gonfia di botox e fidanzata con un giovane aitante, probabilmente un mezzo gigolò; l'ex-marito, scrittore fallito, cui ancora fa scenate di gelosia, d'altronde è l'unica persona che davvero l'ha saputa capire;  la collega inseparabile con cui ha quasi un rapporto di attrazione morbosa, e il marito di lei, con cui invece va a letto combattuta da sensi di colpa verso l'amica.
 
E infine il padre, un uomo condannato all'ergastolo per aver fatto una strage trent'anni prima, il cui marchio d'infamia e vergogna è  ricaduto negli anni seguenti proprio su di lei e il suo tentativo di vivere un vita normale. Ecco, proprio questo suo stato di vittima perenne riesplode proprio  nell'attualità della vicenda cui assistiamo. La violenza sessuale subita, con la volontà di non lamentarsene, di non coinvolgere la polizia e le persone care, riaccende forse nella protagonista quella condizione di soccombente che l'ha accompagnata negli anni della giovinezza e della maturazione. Sarà forse per questo che Michèle finisce per rincorrere quasi il suo aguzzino, agognando nuove violenze e  nuovi stupri? A questo interrogativo non vi è risposta. "Elle" è un pugno allo stomaco, un’opera affascinante e pungente che ricorda a tutti la grandezza  di Paul Verhoeven. (Santho Iorio)
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