PONT CANAVESE - Una lettera sul nuovo polo scolastico

| «Pont è un microcosmo che può offrire tutti quegli spunti d'osservazione che riconducono agli stilemi amministrativi e politici della nostra penisola»

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PONT CANAVESE - Una lettera sul nuovo polo scolastico
Riceviamo e pubblichiamo la lettera di un lettore sulla delicata vicenda della realizzazione del nuovo polo scolastico a Pont Canavese.

«Non devono ingannarci le dimensioni territoriali e demografiche di Pont Canavese. Il minuto paese ai piedi del Gran Paradiso è un microcosmo che può offrire tutti quegli spunti d'osservazione che riconducono agli stilemi amministrativi e politici della nostra penisola, e in quanto tale legittima qualche appunto su quei temi che dividono la sua popolazione.

In particolare, la questione relativa all'edificazione del nuovo polo scolastico continua ad essere uno dei temi preferiti nelle famiglie, ai crocevia, sulla rete, in quelle unità sociologicamente significative dei bar. Con tutti i limiti del caso. Recentemente abbiamo assistito all'iniziativa di una raccolta firme che si prefigge di impedire, attraverso la voce popolare, proprio la costruzione di quella scuola che ha tanto potere di far discutere, e conseguentemente il cambio di sede del parco giochi con l'annesso inevitabile abbattimento degli alberi preesistenti. Le motivazioni palesi che soggiacciono alla raccolta sono diverse: l'istanza ecologica, la cementificazione, il senso nostalgico che sembra essere una delle chiavi di volta dello spirito valligiano, la preferenza della ristrutturazione del vecchio edificio scolastico, la più generale repulsione per il sindaco Paolo Coppo.

La motivazione ecologica – in cui rientra anche la preoccupazione per la cementificazione - è certamente legittima, anche se si presta a interminabili recessioni verso le cause e i rimedi al nostro impatto sull'ambiente: non stiamo certamente parlando di un disboscamento sud-americano ad opera di una qualche multinazionale spietata, e contemporaneamente siamo attratti, secondo una misura sempre crescente, da uno stile di vita che ci appare consolatoriamente naturale che comporta, solo per fare gli esempi più immediati, il riscaldamento a legna, la costruzione di abitazioni dello stesso materiale, e via discorrendo. Occorre domandarsi se abbiamo contezza di come la produzione del combustibile o delle travi per le nostre abitazioni in legno sia messa in opera: anche in questo caso si tratta di alberi tagliati, e ci si augura che questi non vengano considerati come più adatti al funesto sacrificio solo perché non li abbiamo visti crescere. L'impatto dell'antropizzazione, piaccia o meno, è una condizione del nostro permanere e proliferare su questa terra: questo non significa certo abbandonarsi ad ogni genere di nefandezza, ma deve farci semplicemente riflettere sulle nostre abitudini. I nostri cellulari sono prodotti da aziende orientali che utilizzano strategie lavorative in nulla dissimili dagli allevamenti intensivi, e che in molti casi hanno condotto al suicidio di alcuni dipendenti. I cibi in cui sempre maggiormente cerchiamo di non trovare traccia animale alcuna comportano pratiche di coltura che stanno trasformando interi paesi dell'America del Sud in in veri e propri campi di sfruttamento. Le connessioni che pretendiamo ci consegnino il mondo a portata di tastiera con costanza e stabilità sempre crescente richiedono un enorme apporto energetico, con buona pace delle pratiche consapevoli. Cosa significa? Significa che la motivazione ecologica, tenuto conto di uno stile di vita che tutti abbiamo più o meno felicemente abbracciato e del fatto che Pont Canavese non presenta esattamente le condizioni di crisi verde di una megalopoli asiatica, può apparire certo lodevole, ma strumentale a qualcuna delle motivazioni meno palesi che avremo modo di esaminare più avanti.

Il senso nostalgico è invece, nei migliori dei casi, la malinconia per un passato di cui vediamo solo gli aspetti positivi perché, in buona sostanza, è stato lo scenario della nostra gioventù. Non siamo di fronte a un tradizionalismo consapevole – ce lo augureremmo, ma i tempi non sono favorevoli – quanto piuttosto a una demonizzazione di un divenire che, comunque, ci porterà nel suo flusso, perché tutto scorre. È una nostalgia che non guarda alla grandezza dell'antico, ma alle consuetudini del vecchio, riducendo il portato della tradizione al passatismo. La preferenza data alla ristrutturazione della vecchia scuola piuttosto che alla costruzione di un nuovo edificio è una presa di posizione indiscutibile e legittima. Non entreremo nel merito dei calcoli dei costi e della fattibilità (una documentazione che abbia a cuore la verità piuttosto che l'ideologia proverebbe esiti economici ben distanti da quelli ipotizzati da una minoranza più entusiasta della lotta che del vero), ma si tratta di una preferenza degna di rispetto in quanto tale.

Ciò che rimane è il peso delle motivazioni più celate. L'idea che l'impianto democratico sia il migliore è una convinzione così diffusa nella contemporaneità da essere divenuta dogmatica (eppure Platone, attraverso Socrate, aveva ben evidenziato i suoi limiti costitutivi), e con questa dobbiamo fare i conti. Essa si base sul principio di delega di un potere da parte dei cittadini verso un proprio rappresentante, e sulla conseguenza che detto potere sarà esercitato da quel delegato che avrà ottenuto il maggiore consenso.

Il sindaco Coppo è stato eletto secondo questa semplice modalità e con lui è stato votato il suo programma elettorale che, appunto, comprendeva la costruzione del nuovo polo scolastico. È perfettamente naturale che questo scontenti qualcuno: tutti coloro che hanno votato diversamente. Fa parte della natura stessa della struttura democratica, che non si pone punto di soddisfare tutti, ma la maggioranza. Una raccolta di firme, ora, non è che il tentativo di ribaltare un esito democratico attraverso il messaggio di una democrazia partecipata dal basso – si torni a confrontare l'idea di Platone sull'affidabilità delle folle – che aprirebbe la strada a mille altre iniziative del medesimo grado promosse ora da dall'uno ora dall'altro.

Il risultato è la democrazia senza fine, che ha la sua ragione celata nel trionfo di quell'individualismo esasperato che è la cifra dei nostri tempi. Indro Montanelli parlava di un fenomeno sconclusionato proprio perché privo di conclusione, eternamente impegnato nel proprio ripetersi nel tentativo – inesorabilmente votato alla frustrazione – di soddisfare il desiderio di ognuno. A non volere l'autorità del re, ci si crederà di essere tutti sovrani, e tutti accamperanno la stessa spocchia autoritaria. Un individualismo traslato e contraddittorio che a dispetto della sua etimologia tradisce una trama massificante magnificamente espressa da Philippe Muray: “Individuo dove? Individuo quando? In quale angolo recondito del nostro ridicolo globo trovarlo?”

Con buona pace dei promotori della raccolta e dei commercianti prestati alla bisogna, occorreva che costoro mantenessero più salda la presa sul proprio raziocinio. Informandosi prima innanzitutto, se la loro vocazione era quella di una partecipazione attiva alla vita del paese. E serve frugare poi nelle proprie motivazioni, per scovare se nel proprio intimo non allignino, radicati e tenaci, il desiderio di quella visibilità da contestazione che tanto solletica un ego ipertrofico, la brama di sentirsi migliori degli altri (più consapevoli, più partecipi, più empatici), o le più semplici – e umane, troppo umane – antipatie individuali verso la persona del sindaco. “I parlamenti democratici non sono anfiteatri in cui si discute, ma recinti in cui l'assolutismo popolare registra i suoi editti.” N. G. Dávila, In margine a un testo implicito». (lettera firmata)

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