CALCIO - «Si sono portati via il cuore di tutti»

| Così il cuorgnatese Carlin Bergoglio raccontava, sul Tuttosport, il funerale del «Grande Torino»

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CALCIO - «Si sono portati via il cuore di tutti»
Oggi, 4 maggio, si ricorda la tragedia di Superga, dove nel 1949, perì, a seguito di un incidente aereo, la squadra del «Grande Torino». Una delle squadre di calcio più forti al mondo che ha scritto pagine di storia indelebili per tutti gli amanti di questo sport. Anche per chi non ha mai tifato per i granata. Affidiamo il ricordo del Grande Torino all'articolo che Carlin Bergoglio, giornalista e pittore di Cuorgnè, scrisse il giorno dopo i funerali sul Tuttosport, giornale che lo nominò direttore in seguito alla scomparsa di Renato Casalbore, fondatore del quotidiano, perito proprio nella tragedia di Superga insieme alla squadra del Grande Torino.
 
«Li abbiamo visti venir giù dallo scalone del Juvarra nell’atrio di Palazzo Madama. E come non mai abbiamo avuto contezza dell’immensità della catastrofe. Interminabile ci è parsa a un certo momento la fila. Venivano giù racchiusi nelle bare di legno chiaro (come brillava il Crocifisso sul tricolore!) portati solennemente a spalla dai compagni, dagli amici, dai colleghi, Mazzola, il gran capitano del Torino e della Nazionale, era esclusivamente portato dai nazionali ed ex nazionali (Baloncieri, Rossetti, Campatelli, Lorenzi, Becattini... azzurri d'ogni età e d'ogni paese) e davanti veniva Vittorio Pozzo, facendo largo. Una bara, forse quella del più giovane giocatore della Squadra campione, era portata religiosamente dai ragazzi del Torino in maglia granata; e ci parve di sentire, lontana, la marcia funebre di Sigfrid. Casalbore era sulle spalle dei colleghi e dei collaboratori che per trent'anni avevano lavorato con lui e che per ciò più l'adoravano. La bandiera ungherese e la bandiera inglese, oltre quella italiana, era sulle casse di Erbstein e di Lievesley...
 
Scendevano ad uno ad uno, lentamente, tra i cordoni d'onore degli ufficiali dei carabinieri in alta uniforme; e dietro ciascuno venivano i parenti in lacrime, coi primi fiori, e davanti a tutti il lavaro della più anziana società d'Italia, il Genoa dai nove scudetti. Un corteo che pareva non finir più. Dall'alto dello scalone opposto, tutti ci segnammo per trenta e una volta; trentun anno ci parve quella mezz'ora, tanto fu angosciosa.
 
Prima, nella vasta camera ardente erano stati salutati dai discorsi delle autorità governative e municipali, dei rappresentanti della Federazione, del Torino, della stampa. Commovente era stato quallo di Barassi. Egli aveva parlato agli atleti racchiusi tutt'intorno (sorridevano i loro ritratti sulle bare) come se sentissero, e ci era parso veramente che sentissero. Aveva assegnato ad essi, ufficialmente, il quinto scudetto consecutivo, li aveva premiati simbolicamente per nome, uno per uno, chiamando anche i giornalisti, i dirigenti, gli uomini dell'equipaggio, infine aveva chiamato Mazzola: «La vedi questa bella coppa? La vedi com'è bella? E' per te, è per voi. E' molto grande, è più grande di questa stanza, è grande come il mondo: e dentro ci sono i nostri cuori».
 
Fuori tutta Torino attendeva. Assiepata in doppie profondissime file lungo tutto il percorso del funerale, aveva reso deserte le altre strade, le altre case. Aveva pianto all'ultima premiazione di Barassi diffusa dagli altoparlanti, ora attendeva i suoi campioni per l'estremo saluto; e quelli in prima fila avevano i fiori pronti in mano. Nella gran piazza Castello, gremita e silenziosa, la gente si sporgeva dai davanzali, dagli abbaini, dalla torre, dagli alti balconi di San Lorenzo; era sui cornicioni, sulle armature della pubblicità sui tetti, ovunque era possibile stare in piedi.
 
Quando son comparse le salme un lungo brivido ha pervaso gli astanti. Giovani e vecchi singhiozzavano, molti son caduti in ginocchio, mentre le bare si susseguivano e venivano caricate sugli autocarri verniciati di nuovo. Poi i fiori le hanno ricoperte, le innumerevoli corone sono state caricate sulle vetture al seguito, il corteo si è formato facendo il giro della piazza. In testa venivano subito i "ragazzi" del Torino e della Juventus nelle loro divise di gioco, coi loro vessilli. Poi le autorità e tutte le società italiane. Tutti avevano voluto essere presenti per l'ultimo saluto. I giovani, i ragazzi, i bimbi erano in prima fila, nelle strade dove il corteo passava. E quanti operai, quanti in ginocchio al passaggio! E quanti fiori dalle finestre e dai balconi, quante lacrime!
 
I Caduti si sono portati via, al passaggio, il cuore di Torino. Uno spettacolo indimenticabile. Siamo vecchi torinesi, ma non ricordiamo di aver mai visto nulla di simile, una unanimità così commossa, una vibrazione così profonda. E' stato come un grande abbraccio collettivo. E il simbolo l'hanno offerto gli stessi ragazzi del Torino e della Juventus, al termine del corteo, in piazza del Duomo. Si è visto allora il piccolo alfiere granata e il piccolo alfiere bianconero abbracciarsi spontaneamente piangendo, confondendo i gagliardetti. Oh, i cari ragazzi! Ora le salme, benedette, riposano in pace. Torino aveva questa gloria e in un attimo l'ha perduta. Cercherà di ricostruirla perché è citta salda e tenace. Ma sia il sacrificio, oltre che incitamento per noi, monito per tutti. Solo così non sarà stato vano...». (Carlin Bergoglio)
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