Un'altra operaia Olivetti che muore per un mesotelioma. Un altro risarcimento per i famigliari a carico di Telecom Italia. Lo ha stabilito il giudice del lavoro di Ivrea, Luca Fadda, che la scorsa settimana ha condannato il colosso delle telecomunicazioni a risarcire 350 mila euro di danni al marito di una operaia dell'Olivetti di Agliè. Telecom è stata coinvolta come responsabile civile per fatti datati nel tempo e antecedenti all'ingresso di Olivetti nel gruppo. In altri casi l'azienda ha raggiunto un accordo con le famiglie delle vittime.
 
Secondo il giudice, visti anche gli atti del processo di primo grado che si è celebrato a Ivrea e che si è concluso, a luglio, con la condanna di quasi tutti i vertici Olivetti, nel decesso della donna vi è una «responsabilità esclusiva in capo a Telecom». La sentenza riconosce un legame diretto tra l'esposizione alle fibre nocive presenti nei capannoni e il decesso della dipendente in questione, Giuditta B., residente con il marito in un piccolo Comune del Canavese, morta nel febbraio 2013. Così come hanno sostenuto i legali della famiglia, gli avvocati Enrico Scolari, Mario Benni e Ugo Capellaro, il decesso dell'operaia è stato causato «dall'esposizione a fibre di amianto nello stabilimento di Agliè, dove la donna ha lavorato come addetta alle linee di montaggio delle macchine da scrivere e delle fotocopiatrici tra il 1979 e il 1984». 
 
Circostanza, questa, rimarcata dal giudice del lavoro dal momento che, come ha sottolineato anche uno dei testimoni, «la allora Olivetti ha consentito l’ingresso di amianto contaminato in azienda fino al 1987». La documentazione prodotta nel corso del processo ha confermato una massiccia presenza di amianto ad Agliè come in altri stabilimenti Olivetti. Per questo tutti i lavoratori esposti alla polveri avrebbero dovuto utilizzare idonei mezzi di protezione personale che, invece, «non erano disponibili». 

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