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SAINT-VINCENT (AOSTA) – Il Casinò di Saint-Vincent finisce in amministrazione giudiziaria. Il decreto è stato eseguito nelle scorse ore dalla Guardia di Finanza di Aosta su disposizione del Tribunale di Torino – Sezione Misure di Prevenzione, che ha applicato alla casa da gioco valdostana l'articolo 34 del Codice Antimafia. Si tratta, stando agli inquirenti, della prima volta in Italia che questa misura viene adottata nei confronti di un casinò. A guidare la struttura per un periodo iniziale di un anno saranno due amministratori giudiziari nominati dallo stesso Tribunale: una sorta di "tutoraggio" pensato per rimuovere quelle che i magistrati definiscono "situazioni tossiche", capaci di aver reso una casa da gioco rinomata un ambiente permeabile ad attività illegali.

Il provvedimento non colpisce direttamente i vertici per i reati contestati, ma la società in quanto tale. Il nodo è la cosiddetta colpa di organizzazione: secondo i giudici i dirigenti, pur avendo colto diversi segnali d'allarme, non avrebbero adottato alcuna iniziativa concreta, trascurando gli obblighi di controllo e di segnalazione imposti dalla normativa antiriciclaggio. L'azienda, pur essendosi dotata almeno sulla carta dei modelli organizzativi previsti dal Decreto Legislativo 231 del 2001, nei fatti li avrebbe disattesi, lasciando che attorno ai tavoli verdi si radicassero fenomeni criminali legati soprattutto al riciclaggio e alla corruzione.

La misura è l'ultimo capitolo di un'inchiesta che era esplosa il 2 dicembre 2025, quando oltre centocinquanta finanzieri del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Aosta avevano dato esecuzione a un sequestro da circa cinque milioni di euro, con perquisizioni in undici regioni italiane e trentatré persone iscritte nel registro degli indagati a vario titolo. Le accuse, allora come oggi, vanno dall'associazione per delinquere al riciclaggio, dalla ricettazione alla corruzione di incaricato di pubblico servizio, passando per l'emissione e l'utilizzo di fatture per operazioni inesistenti.

Al centro del meccanismo ricostruito dalla Finanza ci sarebbero tre società piemontesi attive nel commercio di materiale ferroso – Rigenera Italia, Italfibre e Metalfer – che soltanto tra il 2023 e il 2024 avrebbero emesso fatture false per oltre tre milioni di euro, generando una liquidità "nera" da riportare nei circuiti ufficiali. Il denaro, secondo l'accusa, finiva ripulito proprio al Casinò: contanti trasformati in fiches o in strumenti finanziari tracciabili simulando vincite mai avvenute, con la complicità di due funzionari infedeli della casa da gioco. Un meccanismo tutt'altro che marginale, se è vero che – come annotato negli atti – uno dei funzionari avrebbe cambiato in fiches contanti per circa sette milioni di euro restando fuori dai controlli previsti.

A rendere la vicenda vicina al nostro territorio non è soltanto la prossimità geografica con la Valle d'Aosta. Tra i trentatré indagati figurano infatti almeno una decina di persone residenti a Torino e provincia, e le perquisizioni del dicembre scorso avevano toccato da vicino il Torinese: tra i comuni interessati, alle porte del Canavese, anche Volpiano, oltre a Moncalieri, San Mauro Torinese e diversi centri del Vercellese. Imprenditori e amministratori di società del settore ferroso, "faccendieri" e intermediari completano un quadro che, secondo gli inquirenti, travalica ampiamente i confini valdostani e affonda le radici nel tessuto economico piemontese.

Resta sullo sfondo, ma non secondaria, la natura pubblica della società che gestisce il Casinò, partecipata della Regione Valle d'Aosta: una circostanza che trasforma l'inchiesta da semplice fatto giudiziario a questione di fiducia nelle istituzioni e nei controlli. Il prossimo passaggio è già fissato: il 14 luglio i giudici delle misure di prevenzione del Tribunale di Torino discuteranno il decreto di amministrazione giudiziaria cui la casa da gioco è da oggi sottoposta. Per tutti gli indagati vale, naturalmente, la presunzione di innocenza fino a eventuale sentenza definitiva.