«Pensavo di essere in trasferta, invece vedo che gioco in casa». Con questa battuta Arrigo Sacchi, l'ex allenatore del Milan degli olandesi e della nazionale italiana ad USA '94, ha commentato l'ovazione che lo ha salutato appena è salito sul palco delle Officine H di Ivrea. Ospite dell'assemblea generale di Confindustria Canavese, ha tenuto una lectio magistralis su calcio e società di oggi. «Non è un bel momento per il nostro Paese, neanche per il calcio - ha commentato - Ci sono forti resistenze culturali al cambiamento e manca una visione di lungo termine. Ma come diceva Winston Churchill, cambiare non equivale a migliorare, ma per migliorare bisogna cambiare. Cosa che in Italia non sta accadendo». E' passato poi a tracciare un elenco delle qualità che servono a costruire un team vincente, nel calcio come anche nel lavoro. «Avere undici campioni da solo non è sufficiente, se manca una visione comune degli obiettivi da raggiungere - ha aggiunto, ricordando i suoi trascorsi al Real Madrid come dirigente - In quegli anni i blancos potevano annoverare cinque palloni d'oro nella formazione titolare, tra attaccanti e centrocampisti. Eppure, un Barcellona di ragazzini, con un Messi appena 17enne, venne al Bernabeu e vinse tre a zero, uscendo tra gli applausi del pubblico. Una dimostrazione di sportività che nella mia carriera di allenatore mi riuscì di apprezzare solo in un'altra occasione: a Napoli, quando col Milan vincemmo 3 a 2 la sifs ascudetto nella primavera dell'88. Quel Barça, però, ci dimostrò che prima dei campioni servono altre componenti per vincere: l'etica del lavoro, la modestia, l'altruismo e la volontà di sacrificio da parte di tutti i componenti della squadra. Senza, non si va da nessuna parte». Ha concluso poi il suo intervento ricordando la filosofia di gioco che l'ha sempre accompagnato durante la carriera da allenatore di club. «Io non ho mai detto ai miei giocatori che dovevamo vincere a tutti i costi - ha spiegato Sacchi - Ma che dovevamo meritare di vincere. Perchè senza merito una vittoria non è tale. Qualcuno sostiene che il mio Milan non ha vinto tutto quello che avrebbe potuto. Ma è grazie alla bellezza del suo gioco che quella squadra è stata proclamata dalla Fifa come la migliore della storia».

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