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IVREA - Dal carcere di Genova Marassi partiva un flusso costante di telefonate che andava ben oltre le normali conversazioni con i familiari. C’era chi rassicurava la moglie o la madre, e chi cercava un sostegno spirituale con il cappellano. Ma molti usavano quei contatti per mandare “ambasciate”, cioè istruzioni utili a gestire traffici e decisioni delle diverse cosche anche da dietro le sbarre. Le chiamate partivano soprattutto dalle celle dell’Alta sicurezza 3 e raggiungevano parenti, prestanome, altri detenuti e amici fidati.

La Direzione distrettuale antimafia e la Dia hanno messo sotto indagine 31 persone, accusate a vario titolo di introduzione di dispositivi illeciti e ricettazione aggravata dall’associazione mafiosa. Le perquisizioni hanno coinvolto dodici detenuti rinchiusi in istituti di tutta Italia. Di questi, uno è in carcere a Ivrea.

L’indagine, coordinata dal procuratore aggiunto Federico Manotti, è partita nel 2021. Gli investigatori avevano intercettato una persona già sotto osservazione mentre parlava con un detenuto. Da lì è emerso un quadro molto più ampio. Sono stati monitorati l’uso e il traffico di oltre 150 cellulari e 115 schede sim in mano a detenuti condannati per reati di mafia. I telefonini entravano in carcere grazie ai parenti, indagati a loro volta, che li nascondevano in pacchi o li consegnavano durante i colloqui. Le sim invece venivano attivate in negozi compiacenti del centro di Genova e intestate a persone inesistenti o ignare.

Tra gli indagati c'è anche Ottavio Spada, 36 anni, legato al clan Spada di Ostia, arrestato nel 2018 dalla Dda. E poi soggetti ritenuti legati alla cosca Morabito di Africo (Reggio Calabria), Grande-Aracri di Cutro (Crotone), Molè di Gioia Tauro (Reggio Calabria), Gallico-Frisina di Palmi (Reggio Calabria).