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IVREA - «Mio marito è gravemente malato, se resta in carcere rischia di morire». E' l'accorato appello di una 54enne, residente nel novarese, che ha contattato la nostra redazione per segnalare la delicata situazione in cui si trova il compagno. L'uomo ha 69 anni ed è attualmente detenuto al carcere di Ivrea, da 6 mesi.

«Sono disperata. Non so più a chi rivolgermi - spiega la donna - La vita di mio marito è in pericolo. Le sue condizioni di salute sono critiche e non compatibili con la detenzione in carcere. Lo so che ha sbagliato ed è giusto che paghi per i suoi errori, ma è andato a rubare perché eravamo in enorme difficoltà. Io ero rimasta senza lavoro dall'oggi al domani. Non avevano più i soldi neanche per mangiare. Purtroppo aveva già avuto problemi con la giustizia e quanto fatto gli è costato caro. Deve scontare la sua pena, lo capisco, ma non così. Ha una grave malattia polmonare, la Bpco "gold" all'ultimo stadio. Per respirare deve aiutarsi h24 con un concentratore di ossigeno ed è fortemente limitato in ogni movimento. Recentemente, mentre era in cella, ha avuto una profonda crisi respiratoria ed è stato ricoverato d'urgenza al pronto soccorso dell'ospedale di Ivrea. Ha rischiato di morire. I medici l'hanno trovato fortemente debilitato. Pesa solo più 54 chili e ha perso tutti i denti».

«Attraverso il nostro legale ci siamo rivolti al Magistrato di sorveglianza di Torino per chiedere la misura degli arresti domiciliari, ma dal 28 ottobre non ci ha mai risposto - aggiunge la moglie del detenuto - Non c'è più tempo da perdere. Mio marito avanti di questo passo non arriverà a Natale. In carcere non c'è uno pneumologo che lo possa monitorare periodicamente. Inoltre, non può ricevere le cure giuste ed adeguate, seguendo la terapia prescritta dai dottori. Non può fare l'aerosol quotidianamente. Fino a pochi giorni fa non aveva nemmeno il concentratore d'ossigeno a batterie ricaricabili. Dal primo dicembre c'è un'assistente che lo aiuta per un paio d'ore, periodicamente, ma per mesi non ha avuto le forze di lavarsi da solo. Fatica a fare due scalini. Non è un ambiente adatto ad un malato grave come lui. In carcere gli altri detenuti fumano e il fumo passivo per lui è deleterio».

E' un grido d'aiuto quello della 54enne: «Nessuno ci ascolta. Non so più dove sbattere la testa. La direttrice del carcere dice di non poter fare nulla. Mi sono rivolta all'associazione Antigone, alla parrocchia. Niente. questo silenzio attorno al caso di mio marito è assordante. Per favore, non so davvero quanto gli resti da vivere. Chiedo solo una mano a sbloccare questa situazione in modo che possa avere i domiciliari e stare, per quel poco di tempo che gli resta, vicino ai suoi cari».