E' ripreso ieri mattina a Ivrea il processo contro Caterina Abbattista, accusata di concorso nell'omicidio della professoressa Gloria Rosboch. Omicidio commesso dal figlio, Gabriele Defilippi. Battaglia di perizie in aula sulle rilevazioni delle celle telefoniche. Non c'è certezza che Caterina Abbattista, il giorno del delitto, abbia abbandonato il suo posto di lavoro all'ospedale di Ivrea per incontrare, verosimilmente, il figlio Gabriele o il suo complice, Roberto Obert. Le perizie non hanno chiarito perché il telefono cellulare della donna, quel giorno, alle 19.19, è stato agganciato dalla cella di Montalenghe che si trova, in linea d'aria, a una quindicina di chilometri dal nosocomio eporediese. L’aggancio avvenne anche tre ore dopo, in concomitanza con il ritorno a casa della Abbattista dopo il turno in pediatria.

Per l'accusa il telefono, stando a Ivrea, in nessun modo avrebbe potuto agganciarsi così lontano, considerata anche la morfologia del territorio. Da qui l'ipotesi che la donna, il giorno dell'omicidio, uscì dall'ospedale per incontrare, in alto Canavese, il figlio Gabriele Defilippi che si era appena macchiato del delitto di Gloria Rosboch.

La difesa, che si è affidata al professor Roberto Cusani per la perizia, ha invece sostenuto che, seppur sporadicamente, il telefono della Abbattista aveva già agganciato in altre occasioni la cella di Montalenghe. Dall’analisi dei tabulati telefonici effettuati nel corso di un intero anno, prima dell’omicidio, il cellulare della donna ha infatti agganciato altre 14 volte la cella di Montalenghe pur essendo in ospedale a Ivrea, dove la donna lavorava. Si tornerà in aula il 6 febbraio.

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