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LANZO - Continua a fare molto discutere, anche e soprattutto su internet, quando successo a Lanzo, dove un 73enne alla guida della sua auto ha investito, lo scorso l’8 agosto scorso, un gruppo di ciclisti al termine di un diverbio, provocando il ferimento di quattro persone. Sulla vicenda è intervenuta in queste ore la Fondazione Michele Scarponi. Si tratta di un'organizzazione no-profit italiana creata nel maggio 2018 dalla famiglia del celebre ciclista professionista Michele Scarponi, che perse la vita in un tragico incidente stradale il 22 aprile 2017 mentre si allenava in bici vicino a casa.

«Prima la violenza sulla strada, poi l'odio sui social: adesso basta» spiegano dalla Fondazione, prendendo posizione contro gli haters e valutando anche le vie legali. «Quanto accaduto a Lanzo Torinese ci impone una riflessione che va ben oltre il singolo, gravissimo episodio. Accanto alla violenza subita dai ciclisti sulla strada, nelle ore successive abbiamo assistito a qualcosa che continua a lasciarci sgomenti: un’ondata di commenti di odio contro gli stessi ciclisti vittime dell’accaduto. Insulti. Disprezzo. Frasi che giustificano o minimizzano la violenza. E, nei casi più estremi, parole che sembrano quasi compiacersi di quanto accaduto o auspicare che accada ancora - commentano dalla Fondazione Michele Scarponi - No. Non possiamo considerarlo normale. Non possiamo accettare che una persona che sale su una bicicletta diventi, solo per questo, un bersaglio sul quale sia socialmente tollerabile riversare odio. E soprattutto non possiamo dimenticare che le parole hanno conseguenze».

La Fondazione intende stare al fianco dei ciclisti coinvolti e sta valutando le iniziative che potranno essere intraprese a loro tutela. Ma non solo: «Stiamo raccogliendo e vagliando anche le numerose segnalazioni relative ai commenti pubblicati online in queste ore. Come abbiamo già spiegato altre volte, non ogni frase odiosa costituisce automaticamente un reato e non ogni segnalazione si trasforma in una denuncia. Ma quando le parole superano il confine dell'insulto e arrivano a istigare, incoraggiare o legittimare la violenza contro le persone, è nostro dovere valutarle anche sotto il profilo giuridico. E, quando ne ricorreranno i presupposti, agiremo nelle sedi competenti. Lo faremo senza spirito di vendetta. Lo faremo perché crediamo che il cambiamento culturale passi anche dalla consapevolezza che la rete non è una zona franca e che la libertà di manifestazione del pensiero non significa libertà di incitare alla violenza. Vogliamo soprattutto rivolgere un pensiero e la nostra vicinanza ai ciclisti coinvolti. A loro diciamo una cosa semplice: non siete soli. E vogliamo ringraziare le tantissime persone che, anche in queste ore, ci stanno inviando screenshot, link e segnalazioni dei messaggi di odio che incontrano sui social. Continuate a segnalarceli. Li raccoglieremo, li valuteremo uno per uno e, dove necessario, faremo la nostra parte. Perché quello che è accaduto deve servire anche a mandare un segnale al Paese. Un ciclista non è un ostacolo. È una persona. La strada non appartiene a una categoria di utenti. È di tutti. E l'odio verso chi sceglie di muoversi in bicicletta non può diventare un linguaggio social accettabile».