Riceviamo e volentieri pubblichiamo.

Mi chiamo Giorgia Catalano. Vivo, fin da bambina, a Torino. Scrivo, da tempo, poesia e narrativa; mi affascinano soprattutto le storie vere. Voglio raccontarvi quella di Salvatore Goffredo, oggi 53enne, con la narrazione in prima persona, perché è bello pensare che lui, attraverso le mie parole, possa condividere con i lettori, le sue emozioni.

Pochi giorni fa, in un primo pomeriggio di agosto, apparentemente come gli altri, ho deciso di andare incontro al mio passato, scegliendo un periodo della mia vita che ho sempre pensato di voler dimenticare.
Quando ero un bambino, in età prescolare – stiamo parlando dei primissimi anni ’70 – mia madre era affetta da una patologia invalidante, che richiedeva cure severe e riposo. Io e mio fratello, più piccolo di me di quattro anni, fummo affidati temporaneamente a strutture di accoglienza infantile, per dare la possibilità alla  nostra genitrice, di curarsi e riacquistare le forze.
Mio fratello trovò ospitalità a Imperia, mentre io venni assegnato al Preventorio di Orio Canavese, a poche decine di chilometri da Torino.

Sulla collina che domina il paese, insisteva un edificio storico, meglio conosciuto come “Il Castello” - una casa nobiliare appartenuta a diverse famiglie agiate, prima di essere ceduta alla fine degli anni ’20 dello scorso secolo, ad enti previdenziali.
La casa “ricca” divenne ricovero per bambini affetti da patologie importanti, soprattutto polmonari, ma ospitava anche – a quanto pare – bimbi in affido temporaneo.
La mia permanenza nel Preventorio è durata un paio di anni. Vi ho frequentato anche la mia I classe elementare. Eravamo tanti, e tutti senza mamma e senza papà; gli altri compagni rivedevano i genitori, ogni domenica. Io no.
Ogni settimana, i miei compagni e le loro famiglie, si alternavano, per donarmi un po’ di spensieratezza. Come rispondo sempre a chi mi chiede conto di quel periodo: “Ogni domenica avevo un papà e una mamma diversi”. Seppure in compagnia, in quello spazio riempitivo mi sentivo profondamente solo, abbandonato a me stesso e alla mia rabbia.
Ricordo ancora, nitidamente, ogni attività svolta in quel luogo: dai libri, ai quaderni, all’alfabetiere, alla bellezza del parco circostante l’edificio, ai nostri giochi infantili.
Ho chiaro anche il ricordo del refettorio e della chiesa annessa alla struttura: un luogo importante, maestoso del quale è rimasto scolpito, nella mia memoria, il tabernacolo.

Così trascorsero due anni lunghissimi della mia giovane vita; un fardello pesante che, ancora oggi, mi porto addosso. Finalmente, il ritorno a casa tra la mia gente, i miei affetti, il mio mare.
I miei genitori non ci sono più. Durante il riordino del loro appartamento, poco tempo fa, ho trovato dei vecchi fogli, dove erano riportati gli orari dei mezzi che da Ventimiglia (dove noi abitavamo) avrebbero raggiunto Orio Canavese. Questa è stata la conferma della volontà dei miei di raggiungermi; purtroppo, l’impossibilità di mia madre ha sempre superato la loro volontà di partire. Si è riaperta una ferita che, oggi, però, ha trovato almeno una risposta. Quando ero un bambino, non potevo certo capire quale sofferenza atroce potessero provare i miei, nel non potermi vedere.

Circa una settimana fa, una breve tappa a Montalenghe, prima di incamminarmi verso il castello di Orio. I due paesini sono l’uno poco distante dall’altro. Da bambino, prima di essere affidato al Preventorio, rimasi per un paio di mesi, presso – credo – la Casa Parrocchiale. Sono tornato in quei luoghi con la volontà di comprendere, di rivivere momenti della mia infanzia che hanno “disturbato” la mia adolescenza, rendendomi arrabbiato e aggressivo. A Montalenghe ho trovato l’accoglienza di alcuni residenti che, sentita la mia storia, hanno voluto darmi una mano a scavare nel mio passato (tra loro, anche uno scrittore molto conosciuto nella zona). Mai mi sarei aspettato un’ospitalità simile. E, invece, in un piccolo borgo abitato da poche anime, silenzioso e riservato, c’è vita, umanità e poesia – liriche di autori locali decorano i muri delle case del paese.
Non poco emozionato, mi sono diretto al Castello di Orio. Ho trovato un luogo abbandonato, spento, degradato e vandalizzato in ogni sua parte. Ho visto una Madre Natura prepotente, che ha invaso spazi non suoi; uno scenario inquietante, degno di un set cinematografico da film horror.
Oggi, la sconfitta maggiore, quella più difficile da accettare, non è tanto il ricordo di ciò che ho passato – perché l’adulto si è dato delle risposte – quanto ritrovare un luogo “fantasma”.

Galleria fotografica

Articoli correlati