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RIVAROLO CANAVESE - Dopo lo sdegno per la casa della comunità di Ivrea, aperta nonostante il cantiere ancora in corso e la denuncia della Cgil (della quale vi avevamo parlato qualche giorno fa), un caso simile riguarda ora il poliambulatorio di Rivarolo Canavese, anche quello rinominato «casa della comunità». In questo caso è la Uil funzione pubblica di Ivrea, attraverso le parole di Antonella Colangelo e Stefano Vittone, a sollevare molti dubbi sullo stato della struttura sanitaria e sulla gestione da parte dell'Asl To4.

«Viene spontaneo chiedersi se sia stata inaugurata una struttura pronta a svolgere il ruolo per cui è stata concepita oppure soltanto un contenitore necessario per rispettare le scadenze del Pnrr - spiegano dal sindacato - il primo segnale è già all’ingresso: sopra campeggia il nuovo cartello “Casa della Comunità”, mentre poco più sotto è ancora, ben visibile, quello che identifica la struttura come “Poliambulatorio Asl To4”. Un dettaglio? Forse. Oppure il simbolo di una trasformazione che, almeno ad oggi, appare più formale che sostanziale».

I dubbi sulla gestione del servizio da parte dell'Asl To4 appaiono legittimi, come lo sono sempre stati ancora prima che iniziassero i lavori. «Perché una Casa della Comunità non cambia identità con una nuova insegna: servono servizi, organizzazione, personale e una programmazione chiara delle attività. Tutti aspetti che, al momento attuale, sembrano incompleti. La sensazione è che la vera urgenza fosse inaugurare entro i tempi previsti, così da certificare il rispetto del cronoprogramma imposto dal Pnrr. Rispettare una scadenza amministrativa non significa offrire un servizio già pienamente operativo ai cittadini».

E qui la Uil rincara la dose, sottolineando che, al netto del cartello all'ingresso, è ancor più preoccupante quello che è successo all’interno della struttura: «Per ricavare gli spazi destinati al Punto Unico di Accesso, attualmente aperto soltanto due giorni alla settimana e per poche ore, gli operatori della portineria sono stati costretti a lasciare il loro locale senza che fosse individuata una sistemazione adeguata. Oggi il personale è costretto a condividere uno sportello del Cup con un altro servizio, una situazione che è stata valutata direttamente dal Rappresentante dei lavoratori per la Sicurezza, dal Servizio Prevenzione e Protezione e dal Medico Competente. Dopo ben due sopralluoghi, il giudizio è stato chiaro: far convivere due servizi diversi nello stesso spazio non rappresenta una soluzione idonea».

E allora viene da chiedersi: possibile che, in una struttura appena inaugurata, non si sia riusciti a trovare uno spazio dignitoso per i lavoratori? «Si è trovata la stanza per il Pua, ma non quella per chi ogni giorno garantisce l’accoglienza ai cittadini - sottolineano Antonella Colangelo e Stefano Vittone - come organizzazione sindacale riteniamo che il rispetto delle scadenze non possa mai prevalere sulla qualità dell’organizzazione del lavoro, sulla sicurezza degli ambienti e sul rispetto della professionalità degli operatori. Le Case della Comunità dovrebbero rappresentare il futuro della sanità territoriale, ma il futuro non si costruisce con una targa nuova appesa all’ingresso. Si costruisce garantendo servizi realmente funzionanti, organizzazione efficace e condizioni di lavoro dignitose». Cose che, a Rivarolo, evidentemente sono in lista d'attesa.