FAVRIA - Domenica 3 maggio 2026, Favria ha ritrovato un pezzo della propria memoria collettiva. I coscritti del 1976 si sono ritrovati per celebrare i loro cinquant’anni: un traguardo che non è solo anagrafico, ma profondamente umano. Dopo la Santa Messa, accompagnata dalla sentita predica di Don Gianni, i volti si sono illuminati di quei sorrisi che nascono quando il tempo smette di dividere e torna a unire. Cinquanta anni: “mezzo secolo portato alla grande”, come è stato detto con leggerezza. E in effetti, tra abbracci e battute, sembrava davvero che fossero “20 anni con 30 anni di esperienza”. Ma sotto l’ironia emergeva qualcosa di più profondo: la consapevolezza di aver attraversato insieme un pezzo di vita, anche quando le strade si sono separate.
Il ritrovo è poi proseguito a Campore, frazione di Cuorgnè, al Ristorante Sant’Anna. Campore non è solo un luogo geografico, ma uno scrigno di storie, come quella di Emilio Salgari, che proprio tra questi boschi trovò ispirazione per le sue avventure. E forse non è un caso che anche questa giornata abbia avuto il sapore di un racconto fatto di amicizia, tempo e radici. Molti di loro non si vedevano dai tempi della scuola dell’obbligo. Eppure, sono bastati pochi istanti per ritrovare la complicità di allora. Perché, come ricordava Coco Chanel, “la natura ti dà la faccia che hai a vent’anni; è compito tuo meritarti quella che avrai a cinquant’anni”. E in quei volti si leggeva la vita: esperienze, scelte, cadute e rinascite.
I cinquant’anni sono stati raccontati in tanti modi. Isabel Allende li descrive come “l’ultima ora del pomeriggio”, quel momento in cui la luce si fa più morbida e invita alla riflessione. Muhammad Ali ricordava che arrivarci senza cambiare sguardo significa aver perso tempo prezioso. E forse è proprio questo il senso più autentico di una giornata come quella vissuta a Favria: non fermarsi al passato, ma riconoscerlo come parte viva del presente. Tra brindisi e risate, si è scherzato sulla “crisi di mezza età”, e qualcuno ha ricordato che “fare tardi” ormai significa restare svegli oltre le 22. Ma dietro ogni battuta emergeva una verità semplice: i cinquant’anni non sono una fine, ma una soglia.
Come scrive Victor Hugo, “i cinquant’anni sono la giovinezza della vecchiaia”. Un’età in cui si impara davvero cosa conta, si lascia andare il superfluo e si tiene stretto ciò che resta: le persone, i ricordi, i legami. E così, mentre il sole calava sulle colline di Campore e la giornata volgeva al termine, restava una certezza silenziosa: il tempo passa, ma non cancella ciò che è stato vissuto con autenticità. Lo trasforma, lo rende più profondo. Perché arrivare a cinquant’anni insieme non significa guardarsi indietro con nostalgia, ma avanti con una nuova consapevolezza: metà strada è già percorsa, ma l’altra metà: forse la più libera, la più vera, è ancora tutta da vivere.
E allora, tra ciò che è stato e ciò che sarà, resta un brindisi che è anche un augurio: evviva ai nati del 1976, che continuano a camminare nel tempo con il cuore rivolto alla vita, portando con sé la memoria del passato e la luce, sempre viva, di ciò che ancora deve venire. (Giorgio Cortese)











