FAVRIA - Nella borgata San Giuseppe di Favria, il primo maggio si è rinnovato qualcosa che va oltre una semplice ricorrenza: è tornato a vivere un frammento autentico di anima collettiva. Nella piccola cappella tra i campi della campagna favriese, immersa nel verde e nel silenzio, la comunità si è ritrovata come accade da generazioni, custodendo un rito che parla di fede, memoria e appartenenza.
La mattinata si è aperta con la Santa Messa e la processione, momenti intensi e partecipati, dove ogni passo e ogni preghiera sembrano intrecciarsi con la storia del luogo. Subito dopo, uno dei gesti più attesi e simbolici: l’incanto degli oggetti donati dai borgatari. Una tradizione semplice, quasi umile nelle sue origini, ma profondamente radicata. Era il 1944 quando Domenico Tarizzo portò un paio di bottiglie da mettere all’asta, seguito nell’esempio dello zio. Da quel gesto spontaneo, forse inconsapevole del suo valore futuro, è nata una consuetudine che ancora oggi unisce le persone, trasformando oggetti quotidiani in segni concreti di condivisione.
La festa è stata anche occasione per salutare e ringraziare chi ha guidato la borgata con dedizione. I priori uscenti, Gianna e Sergio Casolasco, hanno rappresentato un punto di riferimento fatto di presenza concreta, disponibilità e cuore. A loro si affianca un pensiero riconoscente anche ai sottopriori: Abbà Enrico e Valentina con il piccolo Tommaso, presenza viva di una continuità che si rinnova nel tempo.
Con emozione si accolgono i nuovi priori entranti, i fratelli Olivetti Dario, Chiara e Katia, pronti a proseguire questo cammino con spirito di servizio e attaccamento alle tradizioni. A tutti loro va un grazie sincero per l’impegno: gesti spesso silenziosi, ma fondamentali, che tengono viva una comunità. E un grazie sentito anche a tutti coloro che hanno partecipato, perché ogni presenza, anche la più semplice, contribuisce a dare significato e valore a questa giornata.
A San Giuseppe rivivono antiche pratiche che altrove si sono perdute: il rosario della novena, recitato con una giaculatoria cadenzata “come una volta”, in cui le voci maschili e femminili si alternano creando un ritmo antico, quasi musicale. È un modo di pregare che non è soltanto rito, ma memoria viva, capace di unire passato e presente in un unico respiro.
Nel pomeriggio, il rinfresco ha svelato il volto più spontaneo della festa: quello fatto di sorrisi, parole semplici, strette di mano e sapori genuini. È lì, tra un bicchiere condiviso, tappi che saltano per un brindisi durante l’incanto e risate sincere, che si coglie davvero il senso profondo di questa giornata. Non è solo una celebrazione religiosa o una tradizione da conservare, ma un’occasione per ritrovarsi, riconoscersi e sentirsi parte di qualcosa che va oltre il singolo.
San Giuseppe, in questa borgata, non è soltanto un luogo: è un modo di vivere e di stare insieme. È la dimostrazione che le radici, quando sono vive, non trattengono ma sostengono. E che anche nei gesti più semplici: una bottiglia, un vaso di fiori o un cesto di fragole della Borgheisa all’asta, una preghiera recitata a più voci, un tavolo condiviso, si custodisce qualcosa di essenziale.
Forse il segreto della vita sta proprio qui: nella capacità di fermarsi, riconoscere e dare valore a questi momenti. Attimi che sembrano piccoli, ma che in realtà ci tengono uniti, danno senso al tempo e senza clamore, ci insegnano che ciò che conta davvero è ciò che siamo capaci di vivere insieme. (Giorgio Cortese)








