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L’Italia ce l’ha fatta ancora una volta: la nostra cucina entra ufficialmente nella Lista rappresentativa del Patrimonio culturale immateriale dell’Unesco. Il via libera è arrivato questa mattina a New Delhi, dove il Comitato intergovernativo dell’organizzazione ha approvato l’iscrizione della candidatura “La cucina italiana, tra sostenibilità e diversità bioculturale”. Un riconoscimento che ha una valenza storica: per la prima volta l’Unesco premia non una singola preparazione o tecnica gastronomica, ma l’intero sistema culinario di un Paese.

All’annuncio, accolto dagli applausi della delegazione italiana guidata dal ministro degli Esteri Antonio Tajani, è seguito il messaggio di soddisfazione della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che ha parlato di “orgoglio per un riconoscimento che celebra la nostra identità”.

Il cuore della decisione non riguarda piatti iconici o ricettari codificati, ma il modo italiano di vivere il cibo: rituali, saperi, gesti quotidiani, condivisione familiare e comunitaria. Una “cucina degli affetti”, come definita dagli estensori del dossier curato dal Ministero della Cultura, dal giurista Pier Luigi Petrillo e dallo storico dell’alimentazione Massimo Montanari.

Un mosaico di tradizioni locali diverse, interconnesse e in continua evoluzione che riflette la storia di incontri, scambi e contaminazioni che ha segnato nei secoli il patrimonio gastronomico nazionale.

Non un monumento immobile, dunque, ma un organismo vivente, modellato dal rispetto delle stagioni, dalla centralità delle materie prime, dall’uso creativo degli avanzi, dalla tutela della biodiversità e da un’idea di sostenibilità integrata nel gesto quotidiano.

Finora l’Unesco aveva premiato pratiche gastronomiche specifiche – dalla cucina del Michoacán al washoku giapponese – ma mai un’intera tradizione nazionale. Con la nuova iscrizione salgono a 20 gli elementi italiani riconosciuti, tra cui la Dieta mediterranea, l’arte del pizzaiuolo napoletano e la cerca del tartufo.

Il dossier italiano è frutto di un lavoro collettivo che ha coinvolto istituzioni, associazioni e realtà della cultura gastronomica come Casa Artusi, l’Accademia Italiana della Cucina, Slow Food, l’ANCI, la Federazione Italiana Cuochi e la rivista “La Cucina Italiana”, che nel 2019 aveva lanciato la prima proposta.

Il riconoscimento, avvertono gli esperti, non è un trofeo da esibire né un’etichetta commerciale. Secondo la Convenzione Unesco del 2003 comporta un impegno concreto: documentare, proteggere e trasmettere alle generazioni future la pratica culturale della cucina italiana, sostenendo ricerca, educazione alimentare, musei del gusto, archivi della memoria e progetti scolastici. Ogni sei anni l’Italia dovrà presentare un rapporto che dimostri i progressi compiuti.

Il sigillo internazionale potrà anche rafforzare la lotta contro l’Italian sounding, affiancando le tutele Dop e Igp con un riconoscimento culturale di livello globale.

Entusiasti gli chef che da anni rappresentano la cucina italiana nel mondo. Massimo Bottura parla di “giornata storica” e sottolinea che la forza della nostra cucina sta nella “somma di centinaia di micro-tradizioni unite da un amore senza rivali”. Antonino Cannavacciuolo, Bruno Barbieri e Giorgio Locatelli insistono sul carattere di partenza e non di arrivo del riconoscimento: un incoraggiamento a continuare a innovare senza perdere il legame con le radici.

Gli studiosi, da parte loro, invitano a non trasformare il patrimonio in una cartolina per turisti: l’italianità gastronomica si è sempre nutrita di incontri e diversità, difendere questo patrimonio significa sostenere chi lo rende vivo ogni giorno, agricoltori, pescatori, artigiani, cuochi e famiglie.

Il riconoscimento dell’Unesco sancisce ciò che milioni di italiani praticano quotidianamente: una cultura della tavola che unisce, educa e include. È un invito a continuare a meritare questo patrimonio, a conservarne la vitalità, a trasmetterlo con cura. E a ricordare che la cucina italiana, prima ancora di essere dell’umanità, è delle persone che ogni giorno stendono una tovaglia e condividono un piatto che non è mai a caso.