Questa volta si fa dura, perché la carne c’entra eccome, ma non è quella animale. Insomma, prendiamo fiato e affrontiamo la questione di petto, o di seno, via.

Questa storia va in scena a Portland, Oregon, una città all’apparenza placida e quieta, con un’amministrazione locale che lavora sodo per rendere la vita dei suoi 600 mila abitanti la più rispettosa possibile verso l’ambiente. Quasi tutti vanno in giro in bicicletta, parchi e giardini abbondano e la rete della metropolitana, totalmente rifatta da poco, è un vero gioiello di ecosostenibilità. Ma c’è un lato oscuro, a guastare questo quadretto idilliaco: il soprannome della città, da molti americani ribattezza “Pornland”, usando un anagramma che si riferisce al un numero esagerato di locali a luci rosse in cui truppe di signorine (e signorini) mostrano le “pudenda” al prossimo. Meglio di così, non avremmo saputo come mettere la faccenda.

Ma in mezzo a tutta questo assortimento di pruriti, c’è un caso al momento pressoché unico al mondo: Casa Diablo, il primo strip club vegan del pianeta. Prima ancora di cominciare a chiedersi “che c’azzecca” - avrebbe detto Di Pietro - uno strip club con il mondo vegan, conviene ascoltare tutto dall’inizio.

Il locale è un’idea di Johnny Zuckle, per tutti Johnny Diablo, un tizio sui quaranta o poco più, capelli lunghi, baffi, pizzetto e lunga esperienza nelle cose che hanno a che fare con la notte. Costui, nell’assortimento di peccati che gli pendono sull’anima, se n’è risparmiato almeno uno: è vegano convinto da quasi trent’anni. Così, nel 2008, ha trasformato un ristorante vegan che proprio non voleva saperne di decollare in un locale a luci rosse, ma portando in dote il suo credo alimentare. Lanciato con lo slogan “la carne è sul palo, non sul piatto”, con chiaro riferimento ai pali della lap-dance usati dalle sue dipendenti, il neonato “Casa Diablo” (www.casadiablo.com) da quel momento ha iniziato a macinare dollari, attirando l’attenzione della folta comunità vegan di Portland, ma anche frotte di onnivori, a dire il vero. Lo stesso simbolo del locale, per quanto possa onestamente distrarre, presenta una donna nuda con le corna da diavolo, intenta a mangiare una carota. Che pensandoci vuol dire tutto, compreso - mettendoci un po’ di fantasia - che si tratti di uno strip club vegan.

Comunque vada ogni notte, da 10 a 16 ballerine intrattengono i clienti, fra balli sul palco e strip in salette private, mentre sette bariste in topless servono da bere al bancone del bar, sempre piuttosto affollato. Il concetto di vegan, fra tanta carne open air, è per cominciare nel menù, con burger e piattazzi dalle quantità americane rigorosamentecruelty-free, ma anche negli striminziti costumi delle ragazze, a cui per contratto è rigorosamente vietato indossare pelle, piume, pellicce, lane o qualsiasi altra cosa di origine animale, per quanto di pochi centimetri si possa trattare.

Johnny Diablo, più volte sottoposto al fuoco di fila di numerose interviste, ha ammesso che non tutte le sue ragazze sono vegane, e che nemmeno ai clienti è richiesto di esserlo o diventarlo, anche se è un po’ questo il suo sogno. Ma tante volte, a fine serata, qualcuno gli ha fatto i complimenti: non per le figliole, ma per il ricco piatto di verdure e tofu. Contenti loro.

Galleria fotografica

Articoli correlati