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L’indagine annuale di “Altroconsumo”, condotta su 222 stabilimenti balneari in 10 località, porta brutte notizie per chi sperava in un’estate frenata. I prezzi medi di ombrellone e due lettini per la prima settimana di agosto sono cresciuti del 6% rispetto al 2025.

Niente di drammatico direbbero i gestori, peccato che sommando i rincari degli ultimi cinque anni si arrivi al 24%: quasi un quarto in più rispetto al 2021, in un Paese dove i salari reali sono cresciuti a velocità ridotta.

Non tutti i litorali hanno alzato i prezzi allo stesso modo, sul podio dei rincari 2026 siedono, nell’ordine, Taormina e Giardini Naxos con un +16%, Alghero con un +14% e Gallipoli con un +10%.

Nelle altre sette località monitorate, Lignano, Rimini, Senigallia, Viareggio, Palinuro, Alassio e Anzio, gli aumenti si attestano tra il 2% e il 7%, con l’eccezione virtuosa (o furba) di Alassio, ferma ai prezzi dell’anno scorso. Non perché la Riviera ligure abbia improvvisamente abbracciato la solidarietà con i bagnanti: semplicemente, Alassio era già la più cara d’Italia e non aveva molto altro da aggiungere.

Per una settimana in prima fila nella celebre località ligure, per un ombrellone e due lettini, dal 2 all’8 agosto, si spendono in media 368 euro, ovvero 53 al giorno, quasi 11 all’ora, contando otto ore di spiaggia.

All’estremo opposto Lignano Sabbiadoro, con 164 euro settimanali, circa la metà. La differenza di 204 euro tra la località più cara e quella più economica è sufficiente a coprire un volo andata e ritorno per molte destinazioni europee, dove peraltro il mare esiste e non necessita di prenotazione.

Considerando la media delle prime quattro file, la graduatoria del salasso da spiaggia vede Alassio prima (340 euro), seguita da Gallipoli (324 euro) e Alghero (274 euro). Rimini, Senigallia e Lignano restano sotto i 160 euro.

Anche la distanza dal mare, nel sistema dello stabilimento, ha un prezzo codificato: in prima fila si spendono in media 238 euro a settimana, in seconda 229, in terza 219 e dalla quarta in poi 210. Ben 28 euro separano il privilegio dei bambini che giocano a riva dalla contemplazione delle schiene altrui.

Per chi non vuole o non può permettersi il lettino a noleggio, teoricamente esiste la spiaggia libera. Il problema è che l’Italia ha affidato l’80% del proprio litorale a concessioni private, spesso a canoni che Altroconsumo definisce “contenuti”, usando una delicatezza lessicale. Risultato finale: gli spazi pubblici si riducono ogni anno, e quelli rimasti spesso mancano dei servizi minimi.

Il 79% degli italiani che sceglie la spiaggia libera lo fa per ragioni economiche, il 63% apprezza la libertà di cambiare posto ogni giorno. Nel panorama della corsa a chi cerca di arrangiarsi, spicca l’esempio del Comune di Spotorno, causalmente sempre in Liguria, dove l’amministrazione ha aumentato la quota di spiaggia libera garantendo pulizia, salvataggio, docce e bagni senza costi aggiuntivi per i cittadini.

Il finanziamento arriva dai chioschi in concessione presenti sullo stesso arenile: un meccanismo semplice, già previsto dalla normativa, applicato con la convinzione che la spiaggia pubblica debba essere una scelta dignitosa e non uno scarto del mercato.

L’esperienza non ha ancora trovato imitazioni tra i colleghi sindaci, ma almeno dimostra che quando si vuole c’è spazio per fare.

Altroconsumo ha lanciato una petizione con già oltre 91.000 firme che chiede una riforma del sistema delle concessioni balneari: più spiagge libere, meno lidi privati e bandi trasparenti e periodici (https://www.altroconsumo.it/azioni-collettive/concessioni-balneari)

Il 63% degli italiani che conosce il tema ritiene che una riforma dovrebbe portare a una riduzione dei prezzi, uno su due chiede che la gestione cambi periodicamente.

La questione è molto semplice e altrettanto italiana: il demanio pubblico viene concesso a prezzi molto bassi, i gestori privati lo monetizzano con costi crescenti e i bagnanti pagano il conto. Qualcuno aveva dei dubbi?