In fondo forse non ci credeva neanche lei, eppure la nonna aveva ragione, quanto ripeteva che la televisione manda in pappa il cervello a chiunque passasse davanti per troppe ore. Uno studio pubblicato su “Alzheimer's and Dementia”, rivista dell'Alzheimer's Association, ha riconosciuto in modo scientifico che la nonna non si sbagliava.
La ricerca ha seguito 1.712 partecipanti per quasi un quarto di secolo, dalla fine degli anni Ottanta, quando avevano poco più di 50 anni, fino a quando ne avevano circa 75, età in cui sono stati sottoposti a una risonanza magnetica cerebrale. Nel frattempo avevano riferito periodicamente quante ore trascorrevano davanti alla tv nel tempo libero e quante invece stando seduti alla scrivania per lavoro.
I dati arrivano dal grande studio di popolazione “Atherosclerosis Risk in Communities”, e i ricercatori si sono concentrati su due elementi precisi: il volume delle aree cerebrali che tendono a restringersi per prime nell'Alzheimer e nelle demenze correlate, e la quantità di iperintensità della sostanza bianca, un indicatore di danno vascolare cerebrale associato al declino cognitivo. Chi guardava la televisione più spesso presentava un numero maggiore di lesioni della sostanza bianca e volumi ridotti nella corteccia frontale, parietale e occipitale, rispetto a chi dichiarava di restare seduto soprattutto per lavoro.
Qui arriva il dettaglio che rovina la scusa più comoda, quella secondo cui stare seduti fa comunque male a prescindere da cosa si stia facendo. Non risultava collegato a una salute cerebrale peggiore, ma contava il contesto. Il lavoro d'ufficio, sedentario quanto una serata sul divano, comporta di norma attività come pianificare, scrivere, leggere, prendere decisioni e risolvere problemi, e sembra costruire quella che i ricercatori chiamano riserva cognitiva, una specie di ammortizzatore che aiuta il cervello ad affrontare meglio i cambiamenti legati all'età.
Guardare la tv, al contrario, resta un'attività passiva, e il cervello sembra accorgersene.
A complicare il quadro arriva una differenza di genere che ha sorpreso gli stessi autori. Il legame tra ore di televisione e struttura cerebrale è risultato molto più marcato negli uomini che nelle donne.
Natan Feter, biologo dell'Università della California del Sud e autore dello studio, ha ipotizzato che uomini e donne accumulino il tempo sedentario in modo diverso, con le donne che tendono a cambiare posizione più spesso, oppure che esistano differenze biologiche nel modo in cui il cervello reagisce a un comportamento sedentario prolungato. Ricerche precedenti indicano inoltre che le donne prediligono programmi più brevi, pur trascorrendo nel complesso più tempo davanti allo schermo, mentre gli uomini, più attratti da sport e film, tendono ad accumulare sessioni lunghe e ininterrotte sul divano. Nella lista dei possibili colpevoli restano anche le differenze ormonali, le responsabilità di cura familiare e il modo diverso in cui invecchiano i cervelli maschili e femminili.
David Raichlen, altro autore dello studio, ha riassunto il senso della ricerca osservando che per anni ci si è concentrati soltanto su quante ore le persone passano sedute, mentre ora sembra necessario chiedersi anche cosa facciano mentre lo sono. Un cambio di prospettiva che vale la pena tenere a mente, anche perché i ricercatori hanno verificato che il livello complessivo di attività fisica non modificava il risultato: chi va in palestra ogni giorno e poi si concede una maratona televisiva non ottiene automaticamente l'assoluzione.
Lo studio, va detto, non è privo di limiti. I dati su quante ore si guardi la tv o si stia seduti al lavoro sono stati riferiti dagli stessi partecipanti, quindi non misurati in modo oggettivo, e la natura osservazionale della ricerca non consente di stabilire un nesso di causa diretto tra televisione e riduzione del volume cerebrale, ma soltanto una correlazione, per quanto costante nelle diverse analisi. Restano quindi aperte altre spiegazioni possibili, comprese quelle legate al genere già citate.
Il confronto con altri dati aiuta comunque a inquadrare il fenomeno. Chi legge abitualmente libri, secondo alcune ricerche, vive in media quasi due anni in più di chi non legge, e attività come i cruciverba, i lavori manuali o persino scrivere messaggi al telefono, che tengono il cervello impegnato pur restando sedentarie, potrebbero attenuare l'effetto negativo, anche se secondo gli stessi autori servono altre conferme prima di trarne conclusioni definitive.
Nel frattempo, chi questa sera si sta preparando a una nuova maratona di serie tv farebbe bene a tenerlo presente. Il cervello, a quanto pare, gradirebbe qualche pausa in più, anche se il servizio di streaming preferito ha eliminato da tempo gli intervalli pubblicitari che un tempo gliela imponevano.













