Non è affatto simpatico, sentirsi dire che ogni settimana ognuno di noi, inconsapevolmente, ingerisce 5 grammi di microplastica, il peso di una carta di credito. Fanno quattro card al mese, poco meno di 50 all’anno, ovvero due etti e mezzo di plastica immessi nello stomaco. Lo dice un preoccupante studio realizzato dall’Università di Newcastle per il WWF, preso a prestito dallo Sweet Sneak Studio, uno studio di design austriaco che in collaborazione con il fotografo ambientalista Morten Bentzon ha messo a punto una galleria di scatti altamente evocativi, attualmente esposti allo zoo di Copenaghen, in Danimarca.

Si tratta di una serie di proposte food del tutto immaginabili, preparate utilizzando microplastiche di forma, misure e colori diversi. Un modo per mantenere alta l’asticella dell’attenzione sul problema, sconcertando quanto basta per capire che quelle foto, se non si risolve il problema, prima o poi potrebbero davvero rappresentare la realtà del cibo che saremo costretti a ingerire.

L’inquinamento delle microplastiche non è una novità: si tratta di particelle di materiale plastico così frammentate da raggiungere dimensioni spesso più piccole di un millimetro, e proprio per questo capaci di infilarsi ovunque e superare i più avanzati sistemi di filtrazione delle acque, diventando una delle più gravi minacce all’ecosistema e alla salute.

Nella galleria c’è un invitante boccale di birra chiara, la cui schiuma è rappresentata da polistirolo, una bottiglia d’acqua in cui “navigano” cellophane e nastro isolante, una scatola di sardine con fili di plastica a condire il tappo di una bevanda da asporto, un barattolo di miele che al posto dei fiori di montagna ha quadratini di materiale scuro e poco invitante. Ancora un’ostrica il cui contenuto è della pellicola trasparente e un piatto di sushi avvolto nei resti di alcune buste di plastica.

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