Il 24 novembre del 1991, a meno di 24 ore dal comunicato stampa in cui per mettere fine alle congetture della stampa annunciava la sua sieropositività, Freddie Mercury moriva nel letto della sua residenza al numero 1 di Logan Place, a Londra. Aveva 45 anni e secondo chi gli è stato accanto fino alla fine, non ha mai avuto paura della morte: sapeva di aver vissuto al massimo e andarsene prima del tempo in fondo rientrava in una precisa visione della vita, perché faticava a immaginarsi vecchio e affaticato, a salire e scendere da palchi sempre più piccoli, davanti a sempre meno gente.

Sono passati trent’anni esatti da quel giorno, e la stella di Freddie non si è mai spenta, anzi, continua ad alimentarsi con l’arrivo delle nuove generazioni, che nella musica dei “Queen” trovano ancora oggi un rock senza tempo e dalle sfumature alte, capace di stregare e conquistare tutti.

Considerato uno dei migliori frontman di tutti i tempi, dotato di un’estensione vocale impressionante e di un’inesauribile energia sul palco, nella vita privata il trascinatore di folle oceaniche ostentava un carattere timido e riservato, un artista che amava la musica con la stessa forza con cui odiava gli effetti indesiderati della celebrità, come l’invadenza dei fans, le interviste e i giornalisti.

In compenso, lo straordinario talento compositivo e la fisicità sono stati fonte di ispirazione per tanti artisti cresciuti con i dischi dei Queen: da Lady Gaga, che deve il suo nome al brano “Radio Gaga” a Dave Grohl dei “Foo Fighters”, e poi ancora Katy Perry, i Keane, Céline Dion, Robbie Williams e perfino Michael Jackson, che scrivendo “Thriller” dichiarò di aver trovato ispirazione nell’album dei Queen “Hot Spot”.

Freddie era nato il 5 settembre 1946 a Zanzibar, con il nome poco rockettaro di Farrokh Bulsara, ma nel 1970, entrando negli “Smile” al fianco di Brian May e Roger Taylor (il bassista John Deacon sarebbe arrivato qualche tempo dopo), inizia a farsi chiamare Freddie Mercury e si innamora di Mary Austin, l’unica donna della sua vita, a cui resterà legato per sempre, anche dopo la consapevolezza di un’omosessualità che aveva fatto fatica ad accettare. Un’esistenza celebrata in “Bohemian Rhapsody”, la pellicola del 2019 che ha riacceso i pochi fuochi spenti intorno al suo nome e alla leggenda dei Queen. Solo un passaggio dell’infinita serie di tributi e rievocazioni della sua immagine, con nuove raccolte rimasterizzate e qualche rarità uscita dai cassetti. In fondo, l’aveva detto a lui a chi gli era più caro: usate il mio nome come volete per fare soldi. E quelli l’hanno ascoltato.

L’ultimo gesto di trent’anni fa, dopo aver tentato di completare la registrazione del brano “Mother Love”, uno dei testi più strazianti della sua carriera, sono state le rigorose indicazioni per il giorno del suo funerale, celebrato al “Kensal Green Cemetery”: soltanto 35 persone ammesse e le ceneri affidate a Mary Austin, l’erede di buona parte della sua fortuna, che secondo il testamento due anni dopo le ha sparse in un luogo segreto, indicato da Freddie poco prima di morire. Un posto che non saprà mai nessuno, così ha giurato la Austin, perché dopo aver dato a milioni di persone tutto ciò che poteva, per sé Freddie non ha chiesto altro che pace e silenzio.

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