Chiunque in vita sua si sia mai avvicinato al mondo dei tappeti sa che quello è un vero universo parallelo dalle infinite ramificazioni in cui districarsi non è affatto semplice. I più esperti sono in grado di distinguere un tappeto da caratteristiche come numero di nodi, datazione, materiali e provenienza. Ma è solo l’inizio, perché un tappeto può essere persiano, caucasico, turkmeno, azero, cinese e poi ancora di lana, di seta, di cotone, di lino, di canapa o di juta.

Ma una cosa è certa: nessuno, sarà mai come quelli di Faig Ahmed, un artista concettuale che dopo millenni sta scrivendo un nuovo capitolo nella storia dei tappeti.

Faig nasce nel 1982 a Sumqayit, in Azerbaigian, e aveva sette anni quando resta affascinato per la prima volta dai tappeti, una raffinata e antichissima tradizione artigianale assai radicata nel suo Paese. Diplomato all’Accademia di Belle Arti di Baku, nel 2007 ha esposto per la prima volta i suoi incredibili tappeti decostruiti alla Biennale di Venezia, molti dei quali oggi fanno parte delle collezioni di importanti collezioni museali in giro per il mondo.

A rendere unici i tappeti di Faig Ahmed non è la tecnica, la stessa che in Azerbaigian si usa da secoli, a cui però lui aggiunge al computer effetti che li rendono un ponte sospeso fra un’arte millenaria e il più attuale concetto di “liquidità”. La opere di Faig sembrano comuni tappeti che si stanno sciogliendo su un pavimento o su una parete, come i celebri orologi sciolti di Salvador Dalì. L’effetto, riportato a grandezza naturale e realizzato fedelmente ad artigiani che lavorano sui telai tradizionali, è stupefacente: il segno viene spostato di continuo, pixellato, mescolato e distorto, dando l’idea di un tappeto liquefatto. “Amo essere ostaggio della tradizione: è un esame a cui devo sottopormi per sentirmi libero. I tappeti, con la loro struttura composta da un bordo e da una zona centrale, rappresentano la nostra struttura sociale e tutto ciò che conosciamo. In tale logica, i pattern che ogni cultura affida ai tappeti sono comunque linguaggi e segni attraverso i quali possiamo comunicare”.

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