C’è tempo fino a domenica 16 gennaio per visitare Vogliamo tutto. Una mostra a ingresso gratuito sul lavoro, tra disillusione e riscatto, collettiva a cura di Samuele Piazza con Nicola Ricciardi, dedicata alla trasformazione del lavoro nel contesto post-industriale e digitale.

Le installazioni, sculture, video e performance dei 13 artisti esposti in OGR Torino - luogo simbolo della transizione verso nuovi modelli di produttività – sono un invito a osservare i resti di un passato industriale recente e le ambivalenze delle nuove condizioni lavorative.

Moltissime le attività e gli approfondimenti che nei mesi di apertura della mostra sono stati offerti al pubblico. Per accompagnare i visitatori nel percorso, accanto alla playlist liberamente ispirata ai temi in mostra ascoltabile sul profilo Spotify dell’istituzione, OGR ha deciso di raccontare ogni opera con video prodotti in collaborazione conl’Istituto dei Sordi di Torino.

Con l’obiettivo di dare un senso concreto e profondo alla parola inclusione, OGR e Fondazione CRT hanno presentato We want PROMETHEUS free, una performance inclusiva per un percorso innovativo per rendere accessibile la mostra: un progetto sperimentale in cui i visitatori – ciascuno con le proprie esigenze – sono stati coinvolti in maniera partecipativa attraverso la  performance diretta da Mario Acampa e ispirata al mito del ribelle Prometeo.

OGR ha inoltre inaugurato una stagione di attività creative, artistiche ed educative dedicate ad adulti e bambini: visite guidate a misura di famiglia, laboratori, meditazione in mostra, workshop e incontri gratuiti sviluppati in collaborazione con diverse realtà del territorio.

Il calendario di appuntamenti ha visto la partecipazione di ospiti come Franco Bifo Berardi, esponente dei movimenti studenteschi del '68 che si è confrontato con il pubblico per capire perché le premesse della lotta sessantottina abbiano subito una battuta d’arresto, l’artista LaToya Ruby Frazier, protagonista di una conversazione con il curatore Samuele Piazza, Tyler Coburn artista e scrittore che ha presentato al pubblico la sua opera e le sue ricerche. E ancora i“Choreographic Services” di Adam Linder, una performance – riflessione sui lavoratori e i loro movimenti fisici, che hanno animato la mostra.

Vogliamo tutto prende il titolo da un romanzo dell'artista e scrittore Nanni Balestrini pubblicato nel 1971, e indaga la condizione contemporanea, senza proporre soluzioni definitive ma invitando i visitatori a ripensare la propria posizione nello scenario lavorativo contemporaneo.

Le opere esposte si concentrano sulla transizione dalla società industriale a quella post-industriale e sulla necessità di re-immaginare un futuro sul lavoro digitale e su come il suo avvento abbia cambiato o lasciato invariate alcune questioni. Il percorso espositivo si chiude con opere che richiamano rivendicazioni del passato.

Artisti in mostra: Andrea Bowers, Pablo Bronstein, Claire Fontaine, Tyler Coburn, Jeremy Deller, Kevin Jerome Everson, LaToya Ruby Frazier, Elisa Giardina Papa, Liz Magic Laser, Adam Linder, Sidsel Meineche Hansen, Mike Nelson, Charlotte Posenenske.

PERCORSO MOSTRA

BINARIO 1

Kevin Jerome Everson, Century, 2012
 

Un video che riprende la demolizione di un’automobile le cui parti sono prodotte nelle fabbriche di Mansfield, città natale dell’artista. Il lavoro fa parte di una serie di cortometraggi che si concentrano sulla demolizione di automobili, tra cui Chevelle (2011) e Regal (2015).

Ripreso con una telecamera fissa, il breve video lega la storia personale dell’artista e della sua città alle dinamiche della produzione industriale, ai conseguenti processi di de-industrializzazione e riconversione degli impianti e alle tracce lasciate nella comunità e nell’ambiente dall’industria pesante.

Charlotte Posenenske, Vierkantrohre der Serie D, 1967 – 2018/19

Originariamente prodotta nel 1967, l’opera è un insieme di moduli in lamiera metallica di un impianto di condizionamento industriale. La struttura modulare che compone l’opera rappresenta l’indagine sui meccanismi di standardizzazione industriale che l’artista ha portato avanti nella sua pratica artistica. In una dichiarazione pubblicata su “Art International” nel 1968, la stessa Posenenske ha affermato: “Le cose che faccio sono variabili, il più semplici possibile, riproducibili. Sono componenti di uno spazio, poiché sono come elementi di costruzione, possono sempre essere riorganizzati in nuove combinazioni o posizioni, alterano lo spazio. Lascio questa alterazione al consumatore che in tal modo partecipa più e più volte alla creazione”. Nel 1968, delusa dai limiti dell’arte, Posenenske abbandonò il lavoro artistico per dedicarsi alla sociologia.

Jeremy Deller, Hello, today you have day off, 2013

Presentata per la prima volta alla Manchester Art Gallery durante la mostra “All That Is Solid Melts into Air” nel 2013 e in seguito esposta presso il padiglione Centrale alla Biennale di Venezia nel 2015, l’opera è costituita da un banner su cui è riportata la frase “Hello, today you have day off” (Ciao, oggi hai giorno libero). Realizzato dal produttore di stendardi di protesta Ed Hall, il lavoro riprende l’estetica dei banner tipici delle marce sindacali inglesi e riporta il testo di un SMS inviato ai lavoratori a chiamata per informarli del fatto che il loro lavoro non è necessario.

LaToya Ruby Frazier, The Last Cruze, 2019

Commissionata da Renaissance Society, University of Chicago per la mostra curata da Karsten Lund e Solveig Øvstebø, presentata nel 2019 in occasione della mostra “The Last Cruze” al Renaissance Society di Chicago, l’opera si concentra sulla città di Lordstown, Ohio, sede di uno stabilimento automobilistico General Motors, in cui la produzione è stata sospesa a partire da marzo dello stesso anno. Il titolo dell'opera è ispirato al modello di automobile maggiormente prodotto in questo impianto.

Le proteste originate in questo stesso stabilimento a causa della sospensione della produzione, hanno contribuito a estendere l’attenzione mediatica su una parte di America la cui popolazione è stata danneggiata dalla chiusura delle fabbriche da cui traeva principale sostentamento.

Dopo 50 anni di produzione, la chiusura ha obbligato i lavoratori dello stabilimento a scegliere se mantenere il lavoro e trasferirsi in altri impianti sparsi per il Paese, abbandonando reti sociali e famiglie, o rinunciare al lavoro e alla pensione. Frazier ha realizzato fotografie e interviste in collaborazione con membri e famiglie del sindacato UAW Local 1112, dopo essere stata accettata lei stessa nell’UAW.

Mike Nelson, The Asset Stripper, 2019

L’opera è stata presentata per la prima volta nel 2019 presso la Tate Britain di Londra, come elemento di “The Asset Strippers”, monumentale installazione composta da sculture realizzate con materiali recuperati da industrie dismesse delle Midlands inglesi, acquistati in aste online e assemblati con oggetti contemporanei, come i sacchi a pelo.

Attraverso l’accumulo di elementi che raccontano del declino dell’industria, delle infrastrutture e delle condizioni socio-economiche britanniche, Nelson presenta i resti di un’epoca passata, invitando a un viaggio malinconico attraverso la recente storia socio-politica inglese e la sua transizione post-industriale. L’opera – composta da una base in legno su cui un cumulo di sacchi a pelo è schiacciato da un motore in ferro.

BINARIO 2

Pablo Bronstein, We live in Mannerist Times, 2015

Presentata per la prima volta presso la Galleria Franco Noero a Torino nel 2015, “We Live in Mannerist Times” si presenta come una carta da parati rivestita da monumentali disegni in bianco e nero, realizzati dall’artista a partire dallo studio di macchinari di fabbriche per la produzione di ceramiche della prima Rivoluzione Industriale. Ispirati alle illustrazioni del Settecento e dell’Ottocento, i disegni rappresentano in maniera dettagliata meccanismi industriali credibili e realistici, sebbene inventati dall’artista stesso.

Elisa Giardina Papa, Technologies of Care, 2016

Nata nel 2016 da una commissione di Rhizome.org per il progetto “The Download”, l’opera è la prima di una trilogia di opere che riflettono sulle relazioni instaurate tra persone e nuove tecnologie. Raccoglie numerose interviste dell’artista a diverse operatrici che si occupano di lavoro di cura online, per documentare nuovi modi in cui il lavoro affettivo viene esternalizzato attraverso piattaforme internet.

Il video cerca di rappresentare la forza lavoro invisibile degli operatori online dei servizi di cura alla persona online.

Tyler Coburn, Sabots, 2016

Presentata in occasione della mostra “The Promise of Total Automation” nel 2016 alla Kunsthalle Wien, l’opera è composta da una coppia di zoccoli realizzati in materiale plastico stampato in 3D da una ditta completamente automatizzata e senza impiegati umani.

Fino al 1918, gli zoccoli sono stati simbolo del movimento internazionale dei lavoratori e a questa calzatura, anche chiamata sabot, infatti, sembra connesso il termine sabotaggio. La storia vedrebbe negli zoccoli dei contadini, emigrati in città per lavorare negli impianti industriali, uno strumento usato per bloccare o danneggiare gli ingranaggi delle macchine di produzione durante le proteste.

Sidsel Meineche Hansen, The Manual Labor Series, 2013

Presentata al Malmö Art Museum nel 2013, l’opera è una serie di xilografie realizzata a partire da lastre intagliate a laser. L’artista parte da disegni a mano e riprodotti con una macchina da taglio laser a controllo numerico. L’artista ha donato l’opera al museo di Malmö, rifiutando di ricevere il compenso pattuito per la commissione.

Liz Magic Laser, In Real Life, 2019

Commissionata nel 2019 da FACT a Liverpool, Regno Unito, è una video-installazione a 5 canali in forma di reality show immersivo. L’opera segue cinque lavoratori freelance provenienti da diverse parti del mondo, nella ricerca di un bilanciamento tra lavoro e vita privata. I cinque soggetti si identificano come gig-worker, ovvero impiegati in micro-lavori online tramite cui guadagnano di che vivere.

Claire Fontaine, Untitled (Retour a la Normale), 2018

Claire Fontaine, Untitled (I – we – yes), 2018

Claire Fontaine, Untitled (Je Communique… Ils Sourveillent.), 2018

Claire Fontaine, Untitled (On Vous Intoxique!), 2018

La serie di quattro serigrafie, tratte da manifesti dell’Accademia di Belle Arti di Parigi occupata durante le proteste del ‘68, è composta da riproduzioni su carta di giornale di immagini dell’epoca, trasformate da Claire Fontaine in funzione del contesto attuale. Gli strumenti di propaganda e di comunicazione contemporanei sono simili a quelli degli anni ‘60, ma più pervasivi.

Claire Fontaine, Vogliamo Tutto Brickbat, 2016

L’opera è parte della serie dei “Brickbat” (2006-2016), sculture composte di mattoni ricoperti con immagini di copertine di libri dal dorso modificato per adattarsi allo spessore del mattone. I libri pietrificati acquisiscono uguale taglia e peso, richiamando gli elementi scultorei di Carl Andre. In inglese, il termine brickbat indica un oggetto – spesso una pietra – avvolto da un messaggio di minaccia da lanciare attraverso il vetro di una finestra come ultimo avvertimento.

Andrea Bowers, A Call to Arms: Building a Fem Army, 2016

Il lavoro di Bowers è un monumentale disegno a pennarello su un collage di cartone, sul quale campeggiano tre figure femminili copiate da altrettante illustrazioni degli anni ‘70 e ‘80 provenienti dallo sterminato archivio di immagini di protesta e agit-prop dell’artista.

DUOMO

Adam Linder, Service No. 1: Some Cleaning, 2018

Adam Linder, Service No. 5: Dare to Keep Kids Off Naturalism, 2018

I Choreographic Services sono una serie di cinque lavori coreografici definiti da Linder come performance concepite specificamente per spazi artistici.

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