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Le chiamano “auto fantasma”: spuntano ai bordi delle strade, nei parcheggi dimenticati, nelle aree industriali. Restano lì per mesi o anni, a scolorire sotto il sole e a perdere pezzi. Ora però il conto alla rovescia sembra partito. Con il via libera definitivo alla legge sui veicoli fuori uso, lo Stato prova finalmente a chiudere una partita rimasta troppo a lungo in stallo tra carte bollate, rimpalli e rassegnazione collettiva.

L’idea è di liberare spazio, ridurre l’inquinamento e smettere di spendere soldi pubblici per gestire carcasse su quattro ruote che non servono più a nessuno.

Finora c’era un paradosso degno di un romanzo burocratico: un’auto poteva essere distrutta, senza motore e senza valore, ma se gravata da fermo amministrativo restava ufficialmente “viva” nei registri. Il risultato era niente radiazione e demolizione regolare almeno finché il debito non veniva saldato.

Così migliaia di veicoli finivano in una terra di mezzo, inutilizzabili nella realtà ma esistenti sulla carta. I Comuni non potevano intervenire facilmente e i registri si riempivano di mezzi che, di fatto, erano già rottami.

La nuova norma cambia la prospettiva, e se un veicolo è davvero fuori uso, conta prima di tutto l’interesse collettivo, quindi anche con un fermo amministrativo, l’auto può essere cancellata dal PRA e avviata alla rottamazione.

Il debito non evapora, ma segue il proprietario per altre vie. Il rottame, insomma, smette di essere una garanzia improvvisata per il fisco.

Le stime parlano di oltre un milione e mezzo di veicoli abbandonati in Italia con il rischio di perdite di oli, carburanti e liquidi nocivi, con conseguenze per suolo e falde acquifere.

Poi ci sono batterie, plastiche e componenti vari che richiedono smaltimenti speciali e ogni intervento urgente o bonifica si traduce in costi che, alla fine, ricadono sulla collettività.

La riforma rafforza il ruolo degli enti locali, perché se un veicolo appare inutilizzabile, possono certificarlo e avviare la rimozione anche senza la collaborazione del proprietario.

Di solito tutto parte da una segnalazione. Se l’auto è senza targhe o con parti mancanti, viene portata in deposito, dove resta per un periodo di giacenza che in genere si aggira attorno ai due mesi, trascorsi i quali se nessuno la reclama scattano radiazione e demolizione.

A quel punto, entra in gioco la filiera del recupero: prima la bonifica dei liquidi e dei materiali pericolosi, poi lo smontaggio di metalli, vetro e plastiche che rientrano nel ciclo produttivo.

Le spese di rimozione, custodia e demolizione ricadono sull’ente concessionario della strada, che può poi rivalersi sul proprietario. I Comuni temono nuovi oneri, ma liberare spazi occupati per anni può ridurre altre spese e contenziosi, mentre gli autodemolitori, dal canto loro, chiedevano da tempo regole più realistiche, costretti com’erano a procedure rigide finivano per incentivare l’abbandono invece della demolizione corretta.

Per i cittadini diventa più facile disfarsi in modo regolare di un’auto non più marciante, spesso con ritiro a domicilio tramite centri autorizzati. Ma al contrario, lasciare un veicolo per strada resta un’infrazione pesante, con sanzioni salate.

Non è la rivoluzione che fa notizia in prima pagina, ma una di quelle manutenzioni intelligenti che, senza clamore, rendono le città più vivibili.