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Qualcuno, tanti, immaginavano che il crollo dei consumi alcolici fosse un problema per moralisti e nutrizionisti, invece è arrivato dritto nei bilanci dei birrifici. Nel 2025 la produzione mondiale di birra si è fermata a 189,6 miliardi di litri, un miliardo e quattrocento milioni in meno rispetto all'anno prima, pari a un calo dello 0,7%. Numeri che arrivano dall'ultimo rapporto di “BarthHaas”, colosso tedesco del commercio di luppolo che di questi trend si occupa da generazioni, e che stavolta certifica qualcosa di più rispetto ad una flessione stagionale.

A pagare il conto più salato è la Germania, patria della birra per antonomasia, che nel 2025 ha visto la propria produzione scendere del 5,6% fino a 79,24 milioni di ettolitri. È la prima volta nella storia recente che il Paese scivola sotto la soglia degli 80 milioni, un dettaglio sufficiente a farlo retrocedere al sesto posto tra i maggiori produttori mondiali.

Heinrich Meier, autore dello studio, parla di perdite su scala senza precedenti, una frase che suona quasi eccessiva finché non si guarda il resto del continente: l'intera Unione Europea arretra del 3,1%, con la Polonia che perde il 7,2% e trascina in basso la media comunitaria.

Il resto del pianeta non offre grandi consolazioni: le Americhe cedono lo 0,7%, frenate dalla domanda più debole negli Stati Uniti, secondo produttore mondiale, l'Asia arretra dell'1,2% per il rallentamento cinese, l'Australia e l'Oceania, pur pesando poco sul totale globale, segnano addirittura un meno 2,4%.

L'unico continente che continua imperterrito a produrre di più è l'Africa, che cresce del 2,6%, come se nessuno li avesse avvisati che la festa era finita.

Più che una crisi economica, dietro ai numeri si nasconde un cambio generazionale che i produttori faticano a intercettare. La Gen Z, i nati tra il 1997 e il 2012, ha smesso di considerare l'alcol un ingrediente indispensabile della socialità, sostituendolo con un'attenzione crescente verso salute, performance e immagine social.

Il fenomeno ha già un nome, “NoLo”, acronimo di “No and low alcol”, significa che un giovane tra i 21 e i 27 anni su quattro dichiara di non bere alcolici, mentre uno su cinque sceglie abitualmente l'alternativa analcolica.

Uno studio pubblicato sul “British Journal of Sociology” va oltre la semplice moda passeggera e parla di “Sober Curiosity” come orientamento ormai stabile, con il 61% della Generazione Z intenzionato a ridurre in modo significativo i consumi. Tra le motivazioni, oltre al desiderio di uno stile di vita più sano, evitare la cosiddetta “hangxiety”, l'ansia da sbornia del giorno dopo, restare lucidi, essere più produttivi e non rischiare una foto imbarazzante destinata a circolare sui social per l'eternità.

Non è d’aiuto nemmeno il clima, con le estati sempre più roventi che spingono i consumatori a limitare l'alcol per il rischio di disidratazione, al punto che in Francia, durante le ondate di calore più intense, sono state introdotte misure temporanee per limitarne il consumo negli spazi pubblici. Anche la materia prima ne risente: nel 2025 la superficie coltivata a luppolo è calata del 5,5%, fermandosi a 52.660 ettari, mentre il raccolto si è ridotto del 3,8% a 109.188 tonnellate.

In Italia il quadro racconta la stessa storia ma con accenti diversi. La produzione interna cala del 2,5% rispetto al 2024, penalizzata da una competitività resa più complicato dagli scambi con l'estero, ma il segmento analcolico corre in direzione opposta: la sua quota di mercato è quasi raddoppiata in un anno, passando dal 2,1% al 3,9%, con una crescita superiore all'85%. Un settore che, malgrado i venti contrari, continua a pesare sull'economia nazionale: secondo “AssoBirra” la filiera brassicola dà lavoro a circa 112mila persone, dal campo di luppolo fino al bancone del bar, generando oltre 10 miliardi di euro di valore.

Per il 2026 nessuno, tra gli analisti di BarthHaas, si sbilancia su un'inversione di tendenza. L'amministratore delegato Thomas Raiser prevede una produzione sostanzialmente stabile, con una leggera propensione al ribasso più che una vera ripresa dei volumi. Il consumo di birra tradizionale resta stagnante o in calo nei mercati storici, mentre cresce senza sosta l'importanza delle birre analcoliche e a bassa gradazione.