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Negli aeroporti di mezzo mondo c’è un nuovo termine che circola tra i viaggiatori come una sorta di esasperazione. Non si trova sui tabelloni delle partenze e non la annunciano dagli altoparlanti, eppure è ormai parte integrante dell’esperienza pre-volo: il “belt bumping”.

Succede sempre nello stesso punto, ai controlli di sicurezza, il momento in cui la pazienza viene messa alla prova più di un trolley con le ruote che non funzionano: bisogna svestirsi a metà consegnando al nastro cintura, telefono, chiavi e qualsiasi altro oggetto sia considerato degno di attenzione. Poi si attraversa lo scanner trattenendo il respiro per riemergere parte con un solo obiettivo in mente: recuperare tutto il più in fretta possibile. Ed è proprio in quel momento che il sistema si inceppa.

Il belt bumping nasce quando la fretta diventa menefreghismo e inciviltà, due delizie del genere umano sempre più utilizzate insieme alla maleducazione. I vassoi utilizzati per passare gli oggetti sotto il metal detector vengono lasciati sul nastro come se fossero invisibili, oppure accatastati senza criterio, creando ingorghi che rallentano chi viene dopo. Un dettaglio? Non per chi resta bloccato con lo zaino in mano.

A rendere il fenomeno ancora più indigesto è il fatto che le regole siano chiare e ripetute ovunque: cartelli, istruzioni del personale e segnali a terra invitano a restituire i contenitori negli appositi spazi. Eppure, una volta recuperato il proprio bagaglio, molti (quasi tutti, salvo rarissime eccezioni) sembrano dimenticare l’esistenza del prossimo. Il risultato è una catena di ritardi, sbuffi e sguardi di fuoco che attraversano le file.

Come spesso accade, a trasformare un fastidio quotidiano in un caso globale ci hanno pensato i social. Video girati con il telefono immortalano nastri intasati e pile di vassoi abbandonati, accompagnati da commenti al vetriolo. Su TikTok c’è persino chi spiega, passo dopo passo, come comportarsi ai controlli di sicurezza, come se si trattasse di una prova d’esame. E dire che il messaggio è di una semplicità disarmante: basterebbero pochi secondi per fare la cosa giusta e far scorrere tutto più velocemente, ma contro un mondo fatto di odiatori seriali che affollano i social come rimedio ai manicomi chiusi dalla Legge Basaglia, purtroppo c’è poco da fare.

Il paradosso è che il belt bumping non ha nulla di complesso: non richiede tecnologia, investimenti o grandi sforzi, solo un minimo di attenzione e rispetto. Ma proprio per questo è diventato il simbolo di una sensazione sempre più netta: per quanto in ritardo un volo prima o poi parte, ma non è lo stesso per l’educazione. Quella regna in terra come in cielo.