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Kayla Bundy apre la giornata con una tazza di brodo di ossa e un versetto dell'Antico Testamento, e questo basterebbe a farne una influencer come tante se non fosse che dietro c'è una vera teologia. Bundy, mezzo milione di follower su “TikTok”, beve solo latte non pastorizzato, nonostante i rischi sanitari, mangia sardine, pane a lievitazione naturale e prodotti a km quasi zero.

La sua teoria è che il peccato si insinui nel corpo attraverso il cibo e l'unica difesa contro le tentazioni sia mangiare come mangiavano i personaggi delle Sacre Scritture. C'è però un dettaglio che aiuta a spiegare il resto: Bundy vende guide sui "supercibi biblici" a 28 dollari e pacchetti di coaching che partono da 700 dollari al mese.

Il “biblical eating” non è un'idea nata ieri, anche se il ciclo delle notizie la tratta come recentissima. Già nel 2004 Jordan Rubin aveva scritto un libro sull'argomento, seguito quattro anni dopo da un secondo volume ambientato metaforicamente nell'Eden, e più di recente da un terzo titolo firmato insieme al collega Josh Axe, peraltro tutti finiti in classifica.

Da anni, tra gli evangelici americani circola anche il digiuno di Daniele, tre settimane di sola verdura e acqua ispirate al profeta biblico, pratica che l'attore Chris Pratt ha reso nota al grande pubblico raccontandola in diverse interviste.

Bundy non è sola. Annalies Xaviera, madre di famiglia in Georgia, ha costruito un pubblico enorme mostrando pasti fatti in casa e presentando il ritorno agli ingredienti grezzi come una forma di redenzione domestica. Casper Schimmer, studente ad Amsterdam, si rivolge invece a un pubblico maschile e cristiano, proponendo programmi in cui allenamento fisico, alimentazione e disciplina spirituale vengono venduti come un unico pacchetto di crescita personale. La dispensa resta la stessa: fichi, miele non lavorato, pane senza lievito industriale, cereali che si suppone fossero sulla tavola di Abramo, contro uno zucchero raffinato e un'industria alimentare descritti come una minaccia.

Tutto questo germoglia nel terreno preparato da “MAHA”, la sigla che sta per “Make America Healthy Again” e ha reso il latte crudo un simbolo identitario, il pane casalingo un gesto quasi politico e la parola "naturale" un giudizio morale.

Il biblical eating aggiunge un piano ulteriore: mangiare in un certo modo non serve solo al corpo, ma certifica la purezza dell'anima. Ed è qui che la faccenda smette di far ridere. Diversi creator sostengono che questo stile alimentare possa curare ansia, depressione o squilibri ormonali, e alcuni arrivano a suggerire di sostituire le cure mediche vere con integratori "ancestrali" venduti fuori da qualsiasi controllo.

Nutrizionisti e medici segnalano il rischio concreto di carenze alimentari nei casi più estremi, mentre chi lavora sui disturbi del comportamento alimentare avverte che mescolare fede, senso di colpa e cibo è terreno fertile per l'ortoressia.

Andrebbe anche ricordato, a chi si commuove pensando alle tavole bibliche, che le popolazioni antiche mangiavano quello che la scarsità permetteva loro di mangiare, non quello che sceglievano per stare bene.

Alla fine è lo stesso testo sacro a togliere terreno sotto i piedi a tutta l'operazione: da qualche parte nei Vangeli si legge che non è ciò che si mangia a rendere una persona impura, ma il modo in cui si comporta.