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Gli invitati ai matrimoni si dividono in due categorie: da una parte chi resiste stoicamente sui tacchi fino al taglio della torta, dall’altra chi, a metà serata, sparisce misteriosamente per riapparire in versione “comfort mode”.

Di solito con scarpe improbabili, raccattate all’ultimo minuto, e un’espressione di sollievo che vale più di mille foto ufficiali.

Per anni questo è stato il compromesso del mondo bridal: soffrire con eleganza prima, per cedere con dignità poi. Perché il tacco slancia e completa il look, ma ha anche un talento speciale nel trasformare il giorno più bello della vita in una maratona podistica con ostacoli invisibili: ballare, salutare, posare, camminare su ghiaia, affrontare scale, prati e sampietrini: un percorso a difficoltà crescente.

E proprio quando sembrava impossibile uscire da questo schema senza rinunciare allo stile, arriva la soluzione più inattesa e, per molti, quasi scandalosa. Le Birkenstock.

Non più relegate alle passeggiate estive o alle giornate senza pretese, ma promosse ufficialmente a scarpe da matrimonio e non come piano B ma come scelta. Una di quelle idee che obbliga a schierarsi: geniale o o sacrilega.

Le Birkenstock non sono mai state scarpe neutrali, anzi, sono probabilmente tra gli oggetti più divisivi del guardaroba contemporaneo. C’è chi le considera il simbolo assoluto del comfort intelligente, e chi le guarda con lo stesso senso di ribrezzo che si prova d’estate a vedere i turtisti tedeschi con i calzini in spugna.

Amate e odiate con la stessa intensità, non hanno mai davvero cercato di mettere tutti d’accordo, e forse è il loro punto di forza.

La svolta arriva dalla collaborazione con la designer newyorkese Danielle Frankel Hirsch, che insieme al marchio tedesco ha deciso di portare le Birkestock in un territorio dove fino a ieri sarebbero state considerate fuori luogo.

Il modello “Madrid”, minimal, si arricchisce di dettagli delicati che ne addolciscono le linee, le “Arizona””, probabilmente il modello più iconico, gioca su versioni in nero per le spose che hanno deciso di ignorare il manuale tradizionale, o in satin avorio con perle o ricami floreali in chiffon. Le “Tulum”, con fasce incrociate e il cinturino alla caviglia, aggiungono struttura e movimento, mentre le “Boston”, sabot per definizione, si affidano a decorazioni dipinte a mano.

Naturalmente, anche questa rivoluzione ha il suo prezzo: si parte da circa 565 euro per i modelli più essenziali per superare senza troppi scrupoli la soglia dei 1.700 euro per le versioni più elaborate.

Resta da capire se questa incursione nel mondo wedding sia destinata a diventare una nuova normalità o rimarrà un vezzo per poche spose pronte a sfidare tradizione e parentado.