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Dieci anni fa il Regno Unito votava per uscire dall'Unione europea dalla porta principale. Oggi, secondo i sondaggi, vorrebbe rientrare dalla finestra.

Era il 23 giugno 2016 quando il 51,89% dei britannici scelse il “Leave”, convinto che fuori dall'UE ci fosse ad attenderli un futuro più luminoso, sovrano e ricco. Il pullman di Nigel Farage con i 350 milioni di sterline settimanali da destinare al sistema sanitario nazionale è diventato uno dei simboli più memorabili della politica europea del dopoguerra. Memorabile perché smontato in diretta, nel giro di poche ore dal risultato. Farage stesso, la mattina dopo il voto, precisò che quella cifra era stata “un errore”.

A distanza di un decennio e sei governi, la parola che circola con maggiore insistenza non è “sovranità” e nemmanco “ripresa”, ma “Bregret”, crasi di Brexit e regret, rimpianto, e racconta con precisione l'umore di una nazione che ha fatto i conti con la realtà.

Per capire il Bregret bisogna tornare a quella campagna referendaria e alla sua straordinaria capacità di promettere tutto a tutti. Il Leave giocò su tre assi: riprendere il controllo dei confini e ridurre l'immigrazione, liberarsi dal peso regolatorio di Bruxelles e soprattutto ridirigere verso casa i miliardi versati nelle casse europee. Il “Remain”, dal canto suo, puntò quasi tutto sullo spauracchio economico, con toni che molti elettori percepirono come catastrofismo interessato. Nessuno dei due campi si distinse per rigore intellettuale.

David Cameron, il premier conservatore che aveva indetto il referendum convinto di vincerlo e chiudere così la partita interna agli euroscettici del suo partito, si dimise la mattina dopo il voto. Gli successe Theresa May, che passò tre anni a cercare un accordo di uscita che il Parlamento britannico bocciò tre volte. Poi arrivò Boris Johnson, che quell'accordo lo modificò, lo vendette come una vittoria e lo fece approvare dopo aver ottenuto una larga maggioranza alle elezioni del dicembre 2019.

Il Regno Unito lasciò formalmente l'UE il 31 gennaio 2020, con un periodo di transizione che si chiuse a fine anno. Da quel momento, i rapporti con Bruxelles vengono regolati dall'accordo sul Commercio e la Cooperazione siglato la vigilia di Natale 2020: dazi zero sulle merci ma controlli doganali, burocrazia aggiuntiva e, soprattutto, nessun accordo sui servizi finanziari. La City di Londra è di fatto tagliata fuori dal mercato comune europeo.

Un sondaggio YouGov pubblicato a giugno indica che il 57% dei britannici ritiene che lasciare l'Ue sia stato un errore. Dato già eloquente di per sé, diventa quasi surreale quando si scopre che il 23% di chi oggi si dice deluso aveva votato Leave nel 2016. Lo studio dell'European Council on Foreign Relations, dal titolo non proprio diplomatico “La Brexit non funziona”, aggiunge che il 66% dei britannici considera l'uscita dall'Ue dannosa su quasi tutti i fronti che avevano animato il dibattito originario: costo della vita, economia, opportunità per i giovani, immigrazione illegale. Tutti peggiorati e nessuno migliorato in modo apprezzabile.

Persino tra gli elettori di Reform UK, il partito di Farage, erede diretto del Brexit Party, il 49% si dichiara favorevole a relazioni economiche più strette con l'UE, contro appena il 20% contrario.

Sul versante economico, l'analisi dell'economista Nick Bloom, dell'Università di Stanford, stima che il PIL pro capite britannico sia tra il 6 e l'8% più basso rispetto a quello che sarebbe stato senza la Brexit.

La sterlina non è mai tornata stabilmente ai livelli pre-referendum, erodendo il potere d'acquisto dei britannici all'estero e gonfiando i prezzi delle importazioni. Le imprese si sono trovate a gestire una burocrazia doganale che prima non esisteva, con costi che ricadono inevitabilmente sui consumatori. Per farsi un'idea di quanto il vento sia girato, anche Ryan Bourne economista dichiaratamente Brexiteer, ha dovuto ammettere, a fine 2025, che dal 2016 il Paese è cresciuto più lentamente di Italia, Francia e Giappone.

L'ex segretario di gabinetto Simon Case è andato ancora più diretto, riconoscendo che “nessuna delle principali promesse sui benefici economici e migratori fatte durante la campagna è stata mantenuta” e i risultati sono “poco meno di un disastro”.

Il governo laburista di Keir Starmer, arrivato a Downing Street nel 2024, aveva promesso di correggere il “maldestro accordo” siglato da Boris Johnson. Un grand reset, lo chiamavano, con l'obiettivo di abbattere le barriere commerciali e ricucire il rapporto con i vicini europei. Nella pratica, il reset ha lasciato intatti i pilastri dell'impianto originario: niente unione doganale, niente mercato unico, niente libera circolazione delle persone.

I principi fondamentali del divorzio johnsoniano sono rimasti al loro posto, come mobili pesanti che nessuno vuole spostare per non ammettere che erano stati messi nel posto sbagliato.

Al vertice UK-UE del maggio 2025, le due parti si sono accordate su agricoltura, collegamento dei sistemi di scambio delle emissioni, un possibile accesso al mercato interno dell'elettricità europeo e un programma di mobilità giovanile. Qualcosa, certo.

Ma i francesi, nel frattempo, si sono portati a casa una proroga di 12 anni sull'accordo sulla pesca, più di quanto avessero chiesto. Nel complesso, l'impressione è quella di una relazione che si normalizza lentamente, a piccoli passi e con molte concessioni, senza che nessuno abbia il coraggio di chiamarla con il suo nome.

Qui arriva la parte più beffarda della storia. Mentre il malcontento cresce e il 55% dei britannici dichiara di voler rientrare nell'UE, chi guida i sondaggi è Nigel Farage, fondatore del Brexit Party, ex europarlamentare e artefice principale dello strappo del 2016.

Il suo Reform UK ha stravinto le elezioni amministrative di maggio, rosicchiando consensi ai laburisti in collegi che sembravano blindati. L'ipotesi che alle prossime elezioni parlamentari vinca il partito più direttamente responsabile del Bregret non è fantapolitica: è uno degli scenari che i commentatori britannici discutono con crescente serietà e un certo sgomento.

Farage ha una capacità non comune di intercettare il malcontento popolare e trasformarlo in consenso elettorale, indipendentemente da chi quel malcontento lo abbia generato. In questo senso, il Bregret non lo danneggia ma lo alimenta.

Chi è deluso dalla Brexit si sente tradito dai Tory e non ancora convinto dai laburisti. Farage offre una terza via, rumorosa, identitaria, anti-establishment, che funziona a prescindere dalla coerenza.

Dal lato laburista, qualcuno ha iniziato ad alzare la voce, con l’ex ministro della Salute Wes Streeting, che ambisce a succedere a Starmer, ha definito l'uscita dall'Ue un “errore catastrofico” e si è spinto a dire che il futuro della Gran Bretagna sta dentro l'Europa. Parole coraggiose, o almeno insolite per un membro del governo. Se si traducano in politica concreta è un'altra questione, che dipende anche da chi siederà a Downing Street nei prossimi anni.

Il 75% dei britannici si dichiara favorevole a relazioni più strette con l'UE in generale, incluso il 60% di chi nel frattempo è passato a Reform UK. Il 63% ritiene che il Paese dovrebbe dare priorità ai rapporti con l'Europa rispetto a quelli con gli Stati Uniti e solo il 18% considera Washington un alleato privilegiato.

Donald Trump, da parte sua, ha già contribuito a chiarire le idee a molti: quando il principale sponsor atlantico inizia a mettere in discussione le fondamenta della sicurezza europea dalla Seconda guerra mondiale in poi, il vecchio continente torna a sembrare un vicino più affidabile.

Un referendum per il re-join appare tuttavia improbabile nel breve periodo. E anche l'ipotetica accoglienza non sarebbe priva di condizioni. A Bruxelles c'è chi non si accontenterebbe di un ritorno soft: il percorso di adesione richiederebbe anni di negoziati, e questa volta senza gli storici opt-out di cui il Regno Unito godeva come esenzione dall'euro, dall'area Schengen e da alcune politiche sociali. Il 55% favorevole al re-join scende al 35% se il ritorno dovesse avvenire senza quelle deroghe.

I 27 Paesi membri potrebbero anche chiedere un impegno formale ad adottare la moneta comune e ad aderire allo spazio Schengen: scenari che l'opinione pubblica britannica non ha ancora metabolizzato, e che qualsiasi governo dovrebbe spiegare con una franchezza che finora è mancata su entrambi i lati della Manica.

Nel frattempo, le strade di Londra hanno visto tornare i cortei del Rejoin, con migliaia di persone che chiedono formalmente il ritorno nell'UE. Un'immagine impensabile anche solo cinque anni fa. Il mondo è cambiato, il dibattito si è spostato e la torta che Boris Johnson aveva promesso di mangiare tutta senza condividerla con nessuno (men che meno con Bruxelles) non è mai arrivata in tavola. Perché il menu era scritto in un'altra lingua.